1° EDIZIONE CONCORSO LETTERARIO ONDA D'ARTE

I RACCONTI VINCITORI

1° CLASSIFICATO

NON ASSEGNATO

Il primo premio, precedentemente assegnato ad Alessandro Hellmann per il brano "I CAVEDANI" è stato revocato perché  risulta già vincitore, nel novembre 2004, del Quarto Concorso IIIM, indetto da Fara Editore.

Questo in violazione di quanto prescritto nel Regolamento.

 

2° CLASSIFICATO

MARIA FAZIO , Paternò (Ct) - Tra terra e mare

 

3° CLASSIFICATO

MARIO PETTOELLO , San Donà di Piave (Ve) - Le dorate vie

 

MENZIONI SPECIALI

GIULIANA MARIA FARINA, Torino - Il soffio del vento

ITALA SILVIA SPURIO, Acquaviva Picena (Ap) - Il pittore

 

TRA TERRA E MARE, Maria Fazio

Un porto, un porto in cui arrivare e da cui partire. Questo è ciò che ho sempre visto affacciandomi dalla mia casa dacché ero un bimbetto con indosso i pantaloni corti che bighellonava per le vie del paese arroccato sulla collina, trotterellando in coda ad un paio di ragazzetti più grandicelli. 

Dalla finestra di casa si vedeva, giù a capofitto, il blu del mare su cui ogni mattina le barche dei pescatori cominciavano la loro giornata e trascorrevano la loro esistenza.

E ancora adesso che gli anni mi hanno consumato tutte le energie e non riesco più a reggere il mio peso sulle mie sole gambe, ma ho bisogno del sostegno di un lentissimo bastone… ancora adesso mi sveglio al profumo del mare.

Dal mare vidi giungere il primo straniero e, vedendo i suoi abiti chiari, eleganti ed il suo sorriso entusiasmato pensai che oltre quell’acqua di blu intenso si trovasse il meglio da vedere e da scoprire.

Oltre il mare… ma io non sono mai stato oltre il mare.

Su questa striscia di terra che sfugge all’acqua sono affollate le poche costruzioni intorno a cui si è consumata la mia vita: la chiesetta antica, col campanile a punta, al cui interno si respirava odore di muffa da cui sfuggivo tutte le domeniche mattina; la lunga strada porticata dietro i cui archi ogni sera mi nascondevo per  spiare i movimenti distanti di un amore adolescente; ed il porto, crudele ed indifferente.

Più di qualsiasi cosa nei miei ricordi c’è proprio questo porticciolo stretto ed antico, animato dal vociare dei pescatori e dalla curiosità dei turisti. Proprio questo perché da qui ho visto partire e non più tornare coloro a cui ho voluto più bene.

Il primo fu mio padre ed avevo solo sette anni. Partì all’alba per andare a pescare e non tornò più; io non ebbi l’opportunità neppure di dirgli addio e questo fu il primo, violento dolore della mia esistenza. 

Scappai via correndo e trascorsi tre giorni nascosto alla Pietra Rossa. La Pietra Rossa non era precisamente un luogo ma un ambiente di meditazione che noi ragazzetti c’eravamo inventati.

Sulla collina subito dietro al paese, appena finivano le case e cominciava il verde, si trovava una piccola fossa dalla quale non era possibile vedere il mare, ed in mezzo a questa incavatura si trovava una roccia liscia, di colore rossastro sulla quale era possibile sedersi a riflettere in perfetta solitudine.

La Pietra Rossa è sin da allora la mia unica consolazione.

Stetti tre giorni lì da solo, senza piangere, soltanto immaginandomi un addio che non avrei mai vissuto, un abbraccio che non avrei mai più avuto. E quando finalmente tornai, trovai mia madre con gli occhi gonfi di lacrime.

Lei mi corse incontro ricoprendomi di baci umidi, e da allora, comprendendo quale angoscia le avevo procurato per il timore che fosse accaduto qualcosa anche a me, l’avvisai sempre ogni volta che avevo intenzione di allontanarmi. E da allora soprattutto decisi che non sarei mai stato un pescatore.

Il mio secondo dolore fu a sedici anni. Lei era la ragazza più bella che avessi mai veduto in vita mia, era di tre anni più grande di me e forse non si era mai neppure accorta della mia esistenza; ma ogni sera la spiavo, mentre cucinava vicino alla finestra, e rideva in compagnia della madre.

Per quasi due anni sospirai e soffrii l’amore più timido che potesse esserci, finché lei e la sua famiglia partirono, lì da quel porto ed a me non rimase altro che la solitudine, da scontare alla Pietra Rossa.

Allora decisi che non mi sarei mai più fidato di quel porto ma non sapevo che avrei dovuto patire un dolore ancora più profondo; il peggiore.

Fu mio figlio, di appena tre anni, che mentre giocava tranquillamente scivolò giù dal molo, batté la testa su uno spigolo di barca e smise di respirare.

Io ero lì accanto, avevo lasciato la sua manina solo per pochi istanti, per annodargli una scarpina e lui era sfuggito via.

Trascorsi non ricordo più quanti giorni alla Pietra Rossa e compresi che tutti i momenti negativi che avrei vissuto sarebbero stati contrassegnati dalla vicinanza con quel porto.

Per essere sereno dovevo vivervi lontano, e così fu.

Lasciai la mia casa per costruirmene una lontana dalla costa, da dove non potevo neppure intravedere il blu della riviera di ponente; e lì ho abitato per tanti anni senza dover più subire feroci distacchi.

Ho avuto le mie soddisfazioni, i miei alti e bassi, come chiunque nella vita; ho avuto le mie gioie ed ho visto crescere la mia fortuna.

Adesso che i giorni alle mie spalle sono molti più di quelli dinnanzi, sono consapevole che quando prenderò il mare sarà per il mio ultimo viaggio.

Non so come, né perché ma so che sarà così.

Sono nato di fronte a questo mare regionale che abbraccia in un’insenatura questa lingua di terra e qui mi spegnerò quando sarà il mio tempo.

Ma non adesso!

Adesso devo insegnare a questi monelli di strada che devono diffidare del mare; devono diffidare di tutti coloro che arrivano dal mare; di tutti questi turisti che affollano la nostra terra rubandocela durante i mesi estivi, trasformandola e facendoci credere che il mondo sia più bello oltre il mare.

Questi ragazzacci del paese non sanno, non capiscono ed io spesso li inseguo appoggiandomi tenacemente il mio bastone, per spiegare loro che il mare esiste solo per i pesci, ed in particolare per i “baccalà”; ma loro non sempre mi ascoltano.

Io li fermo, quando si riuniscono in combriccola per andarsi a tuffare dallo scoglio più alto, e li metto in guardia ma loro purtroppo ridacchiano additandomi come un pazzo, senza darmi ascolto.

Io, il “pazzo del paese”, perché sfuggo il mare e sbraito contro di loro quando vi si avvicinano.

Eppure so che impareranno, a loro spese, come ho imparato io.

Io sì, ho imparato, ho imparato ormai che il mondo non è più bello, non è più felice, non è più spensierato oltre il mare.

Quella è solo un’illusione!

Un’illusione blu, come un miraggio fatto d’onde salate.

La serenità dell’esistere sta invece alla Pietra Rossa, tranquillo rifugio dei pensieri dagli affanni quotidiani. Piccolissimo angolo di mondo, tutto mio (e per chi come me cerca il silenzio nel mondo). Angolo su cui nessun essere umano potrà mai interferire costruendovi sopra col cemento.

Uno spazio troppo ristretto tra rocce e radici antiche, privo di sole e di risorse, una piccola incavatura da cui non è possibile “vedere” nulla, ma da cui è possibile ascoltare ed ascoltarsi.

Ormai ho imparato.

La pace non sta oltre l’infinito immenso del mare ma dietro il quieto silenzio della collina.

Ed è questa la mia terra, quella della mia vita.

 

LE DORATE VIE, Mario Pettoello

Non erano stanchi, solo annoiati, ma non dipendeva dalla pioggia. Carla e Massimo se n’erano rimasti in albergo per tutta la mattinata e, ora, un nuovo fortunale li aveva sorpresi tra le stradine di Vernazza. 

Lo spettacolo dei marosi, scaraventati dal libeccio contro il piccolo molo di Vernazze, con i pescatori che mettevano a riparo le barche presso i vecchi portici, era l’unica cosa che li avesse distolti dai loro pensieri. Ognuno con i propri. 

Una giornata sprecata? Una in più contava poco; n’avevano già sprecate tante di giornate, ignorandosi, per anni, non solo in quei pochi giorni alle Cinque terre.

La sessuologa l’aveva descritto come un luogo incantato, un’atmosfera particolare; lasciate i figli a casa e andate. 

Forse, aveva appena ottenuto un contratto di consulenza con la Pro Loco del posto, mentre loro, per la sessuologa, negli ultimi tre anni erano diventati una sorta di vitalizio. Erano decisi a venir fuori da un tunnel che ogni sera, a letto, li faceva stare in silenzio, al buio, per delle ore, nell’attesa di un gesto, solo uno ma sempre dell’altro. Poi sopravveniva la stanchezza e si addormentavano. Ignorandosi, per l’ennesima volta.

 

Erano alle Cinque Terre, oramai da una settimana, ma l’unico cambiamento che avevano notato stava nel fatto che la stanchezza per le lunghe camminate, in silenzio, li faceva addormentare prima. Quando si erano fatti sorprendere dal fortunale, una pioggia improvvisa e violenta, avevano trovato riparo nella casa di due anziani coniugi; settant’anni, forse più. Rimanete, non ci disturbate per niente. 

Poi era giunto l’imbrunire e la pioggia continuava a battere, insistente; andiamo non andiamo, aspetta ancora un po’, cosa vuoi aspettare, ormai di treni locali non ne troviamo più. 

Sembrava proprio che i due anziani coniugi, rimasti sempre silenziosi e in disparte, per non disturbare quella coppia che veniva da fuori, non aspettassero altro.

Fermatevi; abbiamo una stanza, sarete nostri ospiti, non ci arrecate alcun disturbo. 

Carla e Massimo si guardarono e dissero che poteva andar bene, forse sarebbe stata una serata meno noiosa delle altre.

 

Proprio oggi ho preparato delle tagliatelle, se vi piace le sposiamo con i funghi. La sfoglia di pasta tanto fine? Sa, un tempo, la farina era un bene prezioso e allora … queste invece sono cotolette di acciughe, ripiene e fritte.

E per vino abbiamo lo Sciacchetrà. Lei beve, vero? Però deve farlo a piccoli sorsi e il sapore deve avvertirlo con la punta della lingua. Anche lei, signora, è dolce e alle donne il vino dolce è sempre piaciuto. E poi mette allegria e per due sposi ancora giovani l’allegria è una sorta d’elisir. 

 

Massimo durante la cena si era soffermato ad osservare, con discrezione, quei due anziani coniugi. Era sorpreso della loro cordialità; aveva sempre sentito dire che i liguri, soprattutto quelli delle Cinque Terre, che nel sangue hanno anche qualcosa dei saraceni, sono gente fiera e indipendente, di carattere chiuso, persino diffidente, poco portata al dia­logo. Ora, invece, si accorgeva che quando trovano il modo di conoscerti sanno manifestarsi con spontaneità, mettendo da parte ogni apparenza scontrosa e rude.

Carla, invece, aveva osservato, con crescente nostalgia, come quei due anziani coniugi manifestassero in ogni cosa, anche la più insignificante, una condivisione solida, ma non compiacente. Il loro atteggiamento, il modo di guardarsi, lo sfiorarsi le mani, il cercarsi con gli occhi, il tacere improvviso di uno per ascoltare l’altra, tutto rivelava, più di una qualsiasi manifesta effusione sentimentale, un legame profondo e indispensabile.

 

Il vino aveva messo allegria; Massimo aveva trovato il coraggio di chiedere qualcosa della loro storia, e loro, dopo essersi guardati, avevano deciso di lasciar da parte il pudore che velava spesso i loro sentimenti, almeno con gli estranei. Quando s’erano guardati negli occhi, s’erano anche scambiati un messaggio d’intesa; questi hanno bisogno d’aiuto, sembrano divisi da un baratro d’indifferenza.

 

Lui, Ettore, era di Vernazza e un tempo, prima del turismo di massa, quelli di Corniglia, con poca considerazione, dicevano: solo pescatori, perché Vernazza sembra nascere dal mare e andare verso il mare, persino la chiesa parrocchiale è lambita dall’acqua. Quelli del posto, però, ne sono stati sempre orgogliosi; consapevoli che potevano andare per mare tranquilli, come testimoniano i numerosi ex voto, depositati nel Santuario della Madonna di Reggio, a ricordo di miracolosi salvataggi. 

Lei, Margarita, era di Corniglia e un tempo, prima del turismo di massa, quelli di Vernazza dicevano: solo una frazione rurale, perché Corniglia è alta sul mare e domina un gran tratto di costa. Come tanti altri, anche i genitori di Margarita lavoravano la terra e avevano di proprio anche un piccolo vigneto sulla rotondità pianeggiante del dorso della collina che poi sale dolcemente, fino alle asperità del monte Capri. 

Margarita aveva un carattere dolce, proprio come la terra dov’era nata, meno corrusca e selvaggia degli altri borghi delle Cinque Terre.

Ettore, come tutti gli uomini che abitano un luogo aggrappato alla costa e modellato con fatica, era chiuso e scontroso, ma Margarita seppe scorgere nei suoi occhi una generosità che attendeva solo di essere messa alla prova.

S’erano sposati poco prima della guerra, ma s’erano visti per la prima volta, un paio d’anni prima, sulla via dell’Amore. Che lui le volesse bene, Margarita lo aveva capito anche dal piglio che Ettore metteva nel percorrere i 377 scalini che dalla stazione ferroviaria, che corre verso il mare, salgono ripidi per il centro di Corniglia.

La famiglia di lei, però, non era d’accordo; sua madre, quando la portava a lavorare i campi, le faceva sempre vedere le case dove avrebbe fatto un bel matrimonio, mentre il giovane che ora frequentava era solo un pescatore. 

Lei non aveva mai pensato di contraddire i genitori, ma da quando aveva incontrato Ettore sapeva che se fosse servito avrebbe dovuto farlo. E, infatti, quando la contrarietà della famiglia divenne troppo insistente, Margherita capì che il solo modo per venirne fuori era restare incinta. Lo fece e fu più bello di quanto pensasse; non lo sentì come una colpa, ma come l’inizio di un legame che sarebbe durato per sempre.

 

E’ tardi e voi sarete stanchi, con i nostri stupidi ricordi. Non sono stupidi se ve li portate dietro da quasi cinquant’anni. 

Margarita ed Ettore preferirono sembrare scortesi, ma a quella coppia venuta dalla città non chiesero nulla della loro storia. Negli ultimi vent’anni con il turismo, la televisione e i giornali avevano appreso di tante vite non vissute, bruciate e s’erano sempre sorpresi di come fosse difficile in questo tempo amarsi dopo essersi detti Si, per sempre. 

Forse, anche per Carla e Massimo stava accadendo qualcosa di simile, se non era già accaduto. Certo, sembravano rispettosi uno dell’altra, ma come lo sono due amici; non c’era nei loro sguardi, nelle loro movenze, nell’inconsapevole ricerca di un contatto fisico, anche fuggevole, nulla che lasciasse trasparire un'attrazione erotica. Un desiderio impaziente di essere soddisfatto.

 

Buonanotte. Buonanotte. 

Carla e Massimo spensero la luce e, come ogni sera, se ne stettero al buio ad attendere, il sonno o che l’altro facesse la prima mossa. Il silenzio era profondo; non pioveva più e anche il mare si era calmato. Poi, dalla camera di Margarita e Ettore, si udì dapprima un tramestio e, qualche minuto dopo, l’ovattato rumore del giro di una chiave nella toppa della porta della loro camera. 

Come noi, un tempo, pensò Maria, per evitare che i ragazzi potessero sorprenderci mentre facevamo l’amore.   

Alla loro età, pensò Massimo, sanno ancora amarsi, sanno trovare nell'amore il calore e l’energia per condividere l’esistenza.

Carla si rigirò nel letto, da molto tempo non provava un simile desiderio, spoglio di ogni orgoglio.

Massimo non voleva addormentarsi, sapeva che se fosse accaduto si sarebbe ridestato, più volte, nella notte, incapace di trovare appagamento.  

Poi, come per caso, tutto cambiò. Forse inconsapevolmente, si girarono uno verso l’altra e Carla sfiorò, con la mano, le gambe di Massimo.

Il calore del corpo di Massimo divenne una vampata e Carla se ne sentì avvolta, incapace di allontanare la mano dal corpo di Massimo; fu allora che comprese che anche lui la desiderava.  

 

Dormirono sino tardi, ma quando Carla si svegliò non trovò Massimo accanto a se. Si guardò intorno smarrita, non poteva essere. Sul suo comodino c’era una busta; la ruppe in fretta, non può essere. 

Infatti, era solo una poesia; Massimo quando erano fidanzati nelle occasioni importanti aveva l’abitudine, anche per risparmiare, di regalarle dei versi.

 Negli orti fecondi / della nostra vita / parole d’amore /

nel tempo sospese / rincorrono il tempo / dei giorni lontani./ Sulle dorate vie / i nostri passi / hanno inciso segni profondi… 

 Massimo aveva scritto questi versi molti anni addietro; forse era tornato

 

IL SOFFIO DEL VENTO, Giuliana Maria Farina

Erano giorni che il vento sferzava contro le mie finestre, gelido s’insinuava sotto quegli stipiti, fischiando; là dove il tempo aveva lasciato i suoi segni sul legno, gonfiandolo e torcendolo, deturpandone a volte la forma, in quei varchi, l’aria s’infiltrava gemendo. E sbuffi lievi riempivano la stanza, affacciata verso il mare, splendida in quel sole d’inverno, che faceva brillare piccoli cristalli appesi. Lenti si muovevano, come smossi in lievi danze da una mano invisibile: narravano di sogni perduti e incantavano lo sguardo con riverberi di arcobaleno che si rincorrevano sul soffitto. Dal mio divano osservavo il mare, rannicchiata con le gambe raccolte d’un lato, la schiena pigramente poggiata allo schienale, in un abbraccio confortante e unico. E lo sguardo correva all’orizzonte, carezzando i profili delle cose che innanzi al mare, come in un perfetto quadro, si ponevano in successione: sagome di case color pastello, chiome di abeti spalancate al sole e infine le spiagge luminose e immense. Là i miei occhi si perdevano in pennellate di azzurro, che in sfumature nuove riunivano cielo e terra in un perfetto abbraccio. E il vento increspava la superficie del mare, smuovendo le correnti e gettava onde sulle rocce a riva, infrangendole in mille spruzzi. Non avevo voglia di alzarmi. Poggiai di fianco il libro, lasciando tra le pagine un ramoscello di lavanda come segno. Il capo piegai d’un lato, abbandonandomi quieta ad un ricordo: sabbia, mare, onde, vento e sapore di sale. E la mia mente mi condusse lontano, a una memoria dolce e sempre viva di un’estate passata ormai da molte lune. Socchiusi gli occhi e mi rividi: abbronzata scendevo da quel treno che costeggia la mezzaluna ligure, traversandola impietosamente in lungo e in largo, stretta tra Appennino e spiagge, in un esiguo spazio affollato di serre e case, là dove le pendici dei monti si stendono verso il mare. In spalle il mio zaino verde scuro, marchiato con simboli già noti, quasi che l’appartenenza a un gruppo fosse motivo d’orgoglio maggiore dell’appartenenza a se stessi. Ma in realtà poco ci badavo, il mio cuore era il carico più grande in quel viaggio che, dai confini con la Francia, mi conduceva, all’alba, come a solcare i mari da ovest ad est verso un sogno unico e prezioso. Occhiali scuri a nascondere uno sguardo e il sorriso che si delineava presto, sull’ovale radioso del mio viso. Attimi fissati nel tempo e poi veloci verso la spiaggia che ci attendeva con la sua malìa e il suo infuocato abbraccio. E fu il tempo di un’estate, che ancora oggi mi ritorna in mente, mentre vent’anni forse son passati e ogni istante appare come allora: correre per mano poggiando i piedi sulla sassosa riva e poi di corsa salire a quella torre da cui scrutare l’orizzonte. Il fiato ci mancava, portando il nostro cuore verso l’alto e non era solo il cielo che sfioravo con le dita, ma la natura stessa che era segno di quel dono che fu eterno. Fiori selvatici dai mille colori, minuscole farfalle e una lieve brezza tiepida che ci avvolgeva, nei leggeri abiti di un’estate ancora da scoprire. Una mano forte mi stringeva, luminoso sorriso volgeva a me quel volto ove cristalli puri di color celeste risplendevano, incastonati come vessilli dell’anima. E ancora passi sulla mulattiera e sassi bianchi sgretolati sul sentiero, sole cocente che impallidiva i cespugli di mirti, diffondendone attorno il selvatico aroma. Dal mare saliva un vento di sale che avvolgeva e rendeva frizzante il nostro cuore, tra le cortecce nodose s’insinuava, smuovendo i rami leggeri delle ginestre, scuotendo gli aghi smeraldo di quei pini, che videro secoli e secoli scorrere sotto le loro fronde. Ed ecco che dopo l’ultima svolta del sentiero apparve la torre di vedetta, unica lei sul promontorio arido, diroccata memoria di un baluardo prezioso. Fissata là come solitario avamposto che ancora oggi troneggia, sulla baia dei Saraceni, su quella punta dove la baia di Varigotti si sporge verso il mare aperto. Piccole scale nascoste tra i cespugli conducevano dentro le mura sbrecciate: segreti nascosti da secoli, ancora aleggiavano in essa, tra le pietre calcaree spaccate in grandi blocchi. Batteva forte il mio cuore sotto il sole e il refrigerio della pietra nuda concesse il ristoro che attendevo. Abbandono all’interno, magia perduta per quelli che non seppero vedere oltre la semplice apparenza delle cose. Sentivo, io invece, nel sibilo del vento il suono del passato che tornava: sorrisi mentre ancora lo seguivo, salendo per le scale diroccate. E ritornammo fuori nel sole accecante, piccoli merli completavano le mura della solitaria torre d’avvistamento, sul promontorio che si getta in mare. La mano destra portai al volto, per proteggere lo sguardo dai raggi vividi del sole e fu allora che l’emozione mi travolse: innanzi a me un mare azzurro immenso, come se fossi stata in mezzo ad esso e distinguevo i profili lievi delle spiagge che si perdevano tra le carezze delle onde. E fu un istante o mille e più ancora, fissato nella mente come in sogno. La stretta della sua mano era lieve, come una carezza dolce ad unire due animi vicini ma ancor lontani; il tempo tra di noi scorreva lento, perduto in quell’incanto di un’estate. E piccoli velieri che, leggeri, solcavano le onde blu cobalto, disegni di una mano di un bambino, con vele di sottile carta chiara. E onde all’infinito a perdersi e gabbiani, in un volo unico e grandioso che sopra il capo ci sorvolò veloce, poi silenzio e il vento tiepido che sfiorava la nostra pelle inscurita dal sole. Socchiusi gli occhi alcuni attimi, assaporando in un istante immenso quel dono d’infinito tra le mani. Tremavo credo, perciò lui mi strinse, cingendo con il braccio le mie spalle: null’altro più attendevo in quel momento in cui il cielo e il mare si fondevano e nel mio cuore un canto nuovo già sbocciava. Il sole accecante e luminoso, bruciava lentamente il nostro amore, di baci e di sussurri si nutriva, crescendo tra i lamenti dei gabbiani. Lentamente poi fu sera e quell’azzurro si tinse di colori delicati, segnando con nettezza e precisione la fine delle terre brulle e aspre. Colori di fuoco accesi lassù tra nubi intessute di soffice bianco, che il vento spingeva dai monti portandole al largo lontano. Veloci scendemmo giù al mare, le mani intrecciate per sempre, silenzio profondo nel cuore celando un mistero già immenso. E il mare sciabordava lento, lambendo le sponde di ghiaia, colori sfumati di ombre si allungavano dolci sulle facciate delle case. Una corsa e fummo in riva e ci attendeva un’emozione ancora: con delicatezza scivolammo a terra, lasciando i piedi nudi affondare nella sabbia. Mille pietruzze si smossero lievi, d’infinite sfumature e forme, precipitando verso il mare, là dove l’onda ricamava merlature di sale sempre nuove. Tacevamo, il viso perso in quel cielo ove le prime stelle iniziavano a punteggiare la notte: e fu come un sogno e noi parte di esso… Il buio scendeva e sul nostro capo infinite scintille si fissavano, tremule in quel vento tiepido d’estate che portava con sé ben più che i profumi di una terra: era l’essenza stessa di un mondo, unico e immortale, che affiorava in quel preciso istante. Come se nel passaggio tra la notte e il giorno l’arida terra di Liguria, indomita, mostrasse l’anima sopita risvegliandola nelle carezze tiepide e tra le nenie del vento. Ci stringevamo ancora la mano e il viso volgemmo, specchiando i nostri occhi nel chiaro sguardo dell’altro: i suoi erano specchi di montagna, nei miei ardeva il fuoco di una brace eterna. Un istante poi come per richiamo, un grido di gabbiano ci distolse e al nostro sguardo apparve il mondo, chinato per incanto su di noi: dal mare mille luci che giungevano, condotte dalle onde della sera. Piccoli lumi multicolori, galleggiando, ornavano di bellezza quella baia: dal cielo, per disegno delle stelle cadevano scintille luminose. E in quella veglia della notte di S. Lorenzo fu scritta nel vento la nostra preghiera e sulla sabbia incisi i nostri nomi. Con la nostra pelle il sale giocava bruciando ogni ferita di quel giorno e in quell’istante lui a sé mi strinse, scostando i miei capelli con le dita. E tutto avvenne in un istante solo, avvolto in un sipario di mistero, mentre la luna pallida sorgeva avvolgendoci con raggi argentei e chiari. Vent’anni sono passati in un momento, ma in quelle mani, ancora oggi intrecciate, c’è il frutto dell’amore e il dono immenso di una terra che, da sola, contiene l’universo e i suoi segreti.

 

IL PITTORE, Itala Silvia Spurio

Appoggiata alla ringhiera della passeggiata di Nervi, guardavo le onde che lambivano gli scogli, silenziose e placide, come i ricordi che affioravano pian piano  nella mente e venivano a graffiarmi il cuore. Era una splendida giornata d’agosto e la città, già normalmente deserta in quel periodo di ferie, lo era ancor di più, dato che   la mattina era appena iniziata. Mi piaceva quel silenzio, rotto soltanto dal grido dei gabbiani. Cercavo, dentro di me, il motivo del mio trovarmi in quei luoghi; mi dicevo che fin da piccola, quando qualcosa mi turbava o  volevo restare sola a riflettere, dovevo guardare l’orizzonte, ed osservare l’immensa  massa d’acqua. 

Il mare ha sempre fatto parte della mia vita anzi, a volte penso di non poter vivere senza quest’elemento naturale vicino a me. Non potrei restare a lungo senza guardarlo, senza il profumo di salsedine o rinunciare alle passeggiate sulle sue rive. 

La casa della mia infanzia era affacciata sul mare e dal piccolo balcone mi piaceva osservare i rimorchiatori che facevano entrare le grosse navi nel porto di Genova.

Se pur nella mia condizione di bambina, anch’io sognavo allora di essere importante, come quelle piccole imbarcazioni erano indispensabili per  i grandi transatlantici.    

La nonna, in quegli anni,  m’incantava con i suoi racconti che mi descrivevano il porto gremito da migliaia persone pronte ad emigrare nelle Americhe, di viaggi e commerci in terre lontane, del piccolo grande mondo di case e vicoli  nella  parte antica  della città.

Il mare della mia giovinezza: profondo, tutto rocce e dirupi, con le spiagge tanto odiate da bambina per i sassi che ferivano i  piedi; tanto desiderate ed amate nei giorni dell’addio, quando ho lasciato la mia indimenticabile città per trasferirmi altrove.

“Oggi sono tornata, sono di nuovo qui” avevo sussurrato scendendo il ripido sentiero che portava  verso il mare, percorso tante volte da fanciulla.

Che gioia sentire il profumo del mare,guardare gli schizzi delle onde sugli scogli!

Ero ritornata ai  panorami del mio cuore, alle stradine che percorrevo da fanciulla, quando venivo a passeggiare  ed a guardare il mare in tempesta, che mi piaceva anche se  faceva un po’ paura. 

Ero arrivata fino ad una piccola insenatura, tra tanti scogli appuntiti; c’era un masso, dietro di essi, abbastanza comodo ed io mi ero seduta, per perdermi immediatamente a guardare l’orizzonte.

Un rumore aveva distolto i miei pensieri e la visione di un gruppo di barche a vela che attraversavano le placide acque di quella fantastica mattina, fu sostituita dall’immagine di un uomo che trasportava un certo numero di tele.

Ero infastidita: avevo cercato quel piccolo insieme di rocce per poter essere tranquilla, ed ecco che arrivava qualcuno. Chi era l’individuo che pensava di poter dipingere lì, in un posto così scomodo quando sulla passeggiata poteva trovare bellissimi   scorci  da immortalare?

L’anziano pittore, un uomo con i capelli bianchi, un poco lunghi sulla nuca ed il viso abbronzato, rugoso,  mi guardò per un attimo, poi iniziò a disporre le sue tele sulle rocce. Mi venne spontaneo allora rivolgergli la parola e ricordo che lo feci in modo un po’ brusco. Non gli avevo ancora perdonato, infatti, d’aver interrotto il filo dei miei pensieri.

“ Mi scusi, non farebbe meglio a disporre i suoi quadri in un luogo più comodo e riparato? Gli schizzi delle onde potrebbero danneggiare le sue tele!”

“Non importa” mi rispose pacatamente “ne farò delle  altre. I miei quadri devono prendere il sole. In  essi sono rappresentati i miei sogni e ricordi, che hanno bisogno di uscire fuori, ogni tanto. Altrimenti ammuffiscono, soffocano e  rischio di non sapere più chi sono, di non riuscire a trovare un rapporto con la realtà”.

“E’ un pazzo!” pensai, senza sapere che la mia domanda aveva suscitato un gran desiderio di parlare da parte del mio interlocutore, che continuò: “Tu, signorina, non metti mai i tuoi desideri al sole?”

Il mio sguardo interrogativo e la bocca semiaperta nel tentativo di dire qualcosa che non fosse assurda come la domanda, non lo scoraggiarono.

“Vieni, avvicinati, guarda la mia vita”, mi disse allora.

Guardai meglio i dipinti, che fino allora avevo solo sbirciato, e rimasi davvero stupita. I colori del cielo ed il tratto con cui erano rappresentate le onde, furono le cose che più mi colpirono. Tutto sembrava vero, vivo ed il mare aveva a volte un aspetto minaccioso, quasi cattivo, altre  era calmo, ma  sembrava spento e rassegnato.

Capii che quel bizzarro pittore doveva aver passato la maggior parte della sua vita a contatto con il mare. Chissà, forse aveva viaggiato su una di quelle grandi navi che amavo tanto da bambina.

“Vedi  la sirena che è rappresentata in questo quadro? Ha il volto di Irene, una donna che ho conosciuto anni fa. Mi ha attratto per la sua bellezza, le sue parole, il suo dolce attendermi, anche per mesi, senza recriminazioni; pronta ad accogliermi ogni volta con allegria e spensieratezza senza parlarmi mai dei suoi problemi che, credimi, erano davvero tanti.”.

Osservai il dipinto: una giovane donna dal corpo di pesce si pettinava i capelli sulla riva del mare. All’orecchio sinistro, teneva appoggiata una conchiglia, come volesse ascoltare un messaggio lontano. Il volto bellissimo, sereno, lo sguardo perso verso l’orizzonte.

“Questo, invece  rappresenta il mio  stato d’animo dopo qualche anno” proseguì il pittore.

Ero giovane e per inseguire i canti delle tante sirene che si affacciavano alla mia vita, lasciai Irene e nostro figlio. Quando la cercai, seppi che si era trasferita all’estero. Non la rividi più.”.

Guardai il quadro: onde impetuose, scure, minacciose, s’infrangevano su di un piccolo promontorio. La terra, intorno, era spoglia, brulla, deserta.

Improvvisamente sentii che quel quadro, che così bene rappresentava la sconfitta e la tristezza di un uomo, ugualmente poteva raffigurare i miei desideri mai realizzati, i turbamenti che da sempre si agitavano nelle profonde acque del mio cuore.

Anch’io da anni, avevo un mare in tempesta che mai si era calmato.

Le paure, la mia debolezza, il mio  dire , spesso, sempre  “sì” , mi avevano resa fragile, insicura, costretta a cambiare rotta, ad attraccare la mia barca in porti che non volevo; a visitare terre che, se pur belle, non erano le mie.

Mi accorsi d’aver pensato ad alta voce ed  aver raccontato a quello sconosciuto fatti e sensazioni che erano rimaste sepolti nella mia anima da tanto tempo; il marinaio mi guardava assorto, come perso nei suoi lontani pensieri.

“Per questo” disse “metto i miei desideri al sole. Nei miei quadri è rappresentato quello che sono e che ero ed è per questo che amo così tanto dipingere. Ogni tanto, mi piace far uscire le mie tele dal buio della cantina.  Non voglio che le mie emozioni muoiano, svaniscano,  risucchiate dagli anni e dalle delusioni”.

Tornai a casa cambiata, quel giorno. L’incontro con un vecchio marinaio un po’ pazzo avevano cambiato la mia vita.

Lasciai la città con un poco di tristezza ma con la consapevolezza che i miei sogni non dovevano finire. Alcuni di essi erano volati via, come gabbiani che planano lontano. Pazienza. Altri potevano rinascere e vivere, non importava in quale mare o verso quale terra.

In quella lontana mattina d’Agosto  ho imparato a dipingere tele nel mio cuore ed ogni tanto, le stendo al sole.