2° EDIZIONE CONCORSO LETTERARIO ONDA D'ARTE

I RACCONTI VINCITORI

1° CLASSIFICATO

ALDO QUARIO, Strona (Bi) - Fiori di pepe

 

2° CLASSIFICATO

GIOVANNA MIRIAM RAVANI , Solto Collina (Bg) - Lillo e il nonno

 

3° CLASSIFICATO

ATTILIO MELONE , Savona - L'altrove è uno specchio in negativo

 

MENZIONI SPECIALI

VINCENZO CORTESE, Casoria (Na) - Castelbrigante

MARIA ROSARIA FONSO, Adria (Ro) - La maestra

 

PREMIO SPECIALE PER LE MIGLIORI ILLUSTRAZIONI

FRANCO BLANDINO, Fossano (Cn) - Le immagini

 

FIORI DI PEPE, Aldo Quario

    Salirono per le terrazze, poi per altre scale.
    Lontano, nello scorcio di mare, s’alzava, tra fiamme rosa, il mosaico della sera. Entrarono nei vicoli. Ancora quattro passi, e anche la piazza era percorsa. Non c’era anima viva. Sui sedili di pietra, qualche foglia di ulivo accartocciata. Due mani erose e tagliate ai polsi, si stringevano sulla lastra della fontana. Il paese un tempo, a dispetto del nome, doveva essere abitato da gente mite.
   
I due uomini, carichi di pacchetti, si fermarono sulla soglia di un vecchio portone.
    Nella piazza, alle loro spalle, un cane dal pelame rado si avvicinò alla fontana e cominciò a bere.
    “Et bien, eccolo che arriva!”
    Jean Marie, il più anziano dei due, diede all’altro i suoi pacchi e si mise a rovistare in tasca per cercare le chiavi. Aprì il portone e, ripresi i pacchetti, salì nel modo più veloce consentitogli dalle gambe.
    “À bientôt Eugène, vado a sistemare la faccenda una volta per tutte!”
    Il suo compagno rimase sulla strada perplesso.
    Arrivato a casa, Jean Marie appoggiò con cautela la canna del fucile all’intelaiatura della finestra.
    Scostò le tendine, cercando di dominare il tremito che l’emozione e gli anni andavano imponendo alle sue mani. Prese la mira con cura. Trattenne il fiato, come gli era stato detto di fare, e premette il grilletto.
    La detonazione che ne seguì fu impercettibile, ed egli ricevette un minimo colpo di rinculo contro la spalla.
“Merde!” si sorprese a sibilare tra i denti (forse sarebbe meglio dire fra la dentiera). Aveva mancato il bersaglio. Invece di centrare quello stupido cane che, da mesi, aveva trasformato la piazza antistante casa sua in un deposito di escrementi, era riuscito ad infilare il proiettile nel mezzo di un’enorme cacca ai piedi dell’ulivo.
    Jean Marie non si diede per vinto. Ricaricò rapidamente il fucile. Prese di nuovo la mira e tirò una volta, due… e sbagliò ancora.
    Impossibile continuare. Il rischio di essere visto aumentava in proporzione agli errori commessi.
    Dovette rinunciare, ma si ripromise di tentare nuovamente l’indomani fino a vendetta compiuta.
    Per la verità il cane in questione non era l’unico che veniva a depositare i suoi bisogni nella piazzetta. Place de l’Olivier era uno degli angoli più suggestivi di Cavalaire. Poi, un giorno dopo l’altro, un cane dopo l’altro, i rifiuti escrementizi l’avevano resa un percorso ad ostacoli. Ora era un campo minato, dove raggiungere una panchina con vista sul mare senza calpestare qualcosa di molle e viscido, era diventata un’impresa per pochi arditi.
    Così Jean Marie Condorcet (che dal bis-bisnonno, illuminista, aveva ereditato il cipiglio e la determinazione da girondino), si era posto come punto d’onore di riuscire a ridare alla piazza la sua veste pulita, scacciando i cani a suon di fucilate.
    In effetti non si trattava di un’arma vera e propria; né erano pallini veri quelli che usava. Era piuttosto un vecchio fucile a sale, una specie di residuato, che Jean Marie caricava a granelli di pepe, a suo dire, ben più irritanti del sale.
    Non che Jean Marie avesse adottato immediatamente la risoluzione di sparare. Egli era convinto, come il suo avo, che la storia fosse caratterizzata dalla vittoria della libertà sul dispotismo, (canino in questo caso), e della ragione sull’impostura. Perciò si era rivolto più e più volte alle autorità locali, aveva denunciato lo scandalo alle associazioni che si occupavano della tutela dell’ambiente. Ma nessuno di questi enti, nonostante l’interesse iniziale, era alla fine intervenuto davvero.
Così, dopo mesi di inutile attesa, Jean Marie aveva pensato di risolvere personalmente il caso. Si era adeguato alla frase del suo bis-bis “…l’epoca dei lumi arriverà, a condizione che noi sapremo servirci di tutte le nostre forze”.
    Il problema fondamentale però, restava l’incapacità di centrare il bersaglio. E benché si allenasse con costanza nel retro del ristorante del suo amico Eugène, chef de “Les chaises”, doveva alla fine riconoscere che: “T’auras des chances de succès quand des rhinocéros viendront se promener par ici!” come gli diceva Eugène raschiando le sue “R” insieme alle carote.
    Così, decise di iscriversi al Poligono di tiro di Saint Tropez.
    Il Poligono!
    Tiratori con cuffie sulle orecchie e atteggiamento professionale sparavano a bersagli, crivellati, appesi ad un nastro scorrevole che li trasportava via al termine della seduta.
    L’istruttore si fece incontro a Jean Marie, squadrandolo da capo a piedi. Aveva l’aria di un marine quarantenne, con la fronte solcata da una persecutoria ruga verticale che pareva dire: “Ti anniento!”. Tese a Jean Marie una mano muscolosa, che ebbe l’effetto di scuotere energicamente tutto il suo corpo. “Piacere, Patton”.
Patton mise un’arma in mano a Jean Marie, dicendogli che avrebbe potuto cominciare con un po’ di esercizi alle sagome grandi, più facili da colpire.
    Ci spiace dirlo, ma i risultati iniziali furono penosi. Nessun colpo andò a segno, se si eccettuano i due che colpirono la sagoma del vicino. Le mani tremavano, i muscoli si afflosciavano, e tutto il corpo tendeva a piegarsi in avanti come schiacciato da una strana forza.
    Patton continuava a ripetergli che, più che una questione di muscoli, era un fatto di disciplina interiore. Sì, disciplina interiore! Facile a dirsi!
    Tuttavia, imbracciando la doppietta, pregustava il benservito che avrebbe finalmente dato a quel quadrupede escrementoso una volta che avesse imparato l’uso dello strumento.
    A casa sua, accanto al letto, Jean Marie spesso si intratteneva con il piccolo busto in gesso del suo bis-bisnonno: il grande matematico, filosofo, politico, Marie Jean Antoine Nicolas de Condorcet, il cui sguardo, assorto in chissà quali pensieri, si perdeva lontano.
    Aveva un bel dire lui: la storia come trionfo della ragione, come marcia verso il progresso! L’avesse vista ora, il suo avo, la marcia della ragione e del progresso!
    Così, continuava ad allenarsi, giorno dopo giorno.
    E il lunedì che, nel retrobottega de “Les chaises”, sotto la supervisione di Eugène, riuscì a colpire un barattolo di soupe à l’oignon, si rese conto che da qualche parte stava davvero arrivando. Che le parole di Patton, per lungo tempo prive di senso, acquisivano ora un significato chiaro.
    Lasciarsi andare.
    Vuotare la mente.
    Spogliarsi intenzionalmente di ogni intenzione di colpire nel segno, e nello stesso tempo raccogliere le proprie energie interiori.
    Si rese conto quel giorno, per la prima volta in tanti anni, di essere riuscito a smorzare ogni stimolo esterno, ogni pensiero molesto di quei tanti che quasi sempre occupavano la sua mente.
    “On peut prouver que le progrès social est bien meilleur avec du sucre” fu il commento di Eugène all’impresa.
    Da quel giorno l’allenamento di Jean Marie fu puntuale e rigoroso. Ogni lunedì e ogni giovedì andava al poligono. Imbracciava l’arma in dotazione. Assumeva la postura consigliata. Respirava e tirava.
    Tirava.
    Da principio, inutile dirlo, erano più i colpi che facevano cilecca di quelli che andavano a segno.
    Con il passare dei mesi, però, il suo corpo e la sua mente si fecero più ricettivi. I suoi muscoli più saldi. La sua concentrazione più profonda. I suoi pensieri più disciplinati e i suoi successi più numerosi. Nonostante avesse da tempo superato i sessant’anni, (da quanto tempo non ci è lecito rivelarlo), Jean Marie sentì rinascere in sé una nuova primavera, una nuova consapevolezza interiore. Percepì con crescente intensità che i suoi riflessi, le sue convinzioni, il suo essere, erano divenuti in un certo qual modo più integri, più eretti, più forti.
    Frattanto le stagioni transitavano su Cavalaire.
    Le piogge autunnali lasciavano il posto al gelido vento dei mesi più freddi, che in breve si scioglieva alle tiepide brezze primaverili. La lavanda era in boccio e anche in place de l’Olivier, i cespugli di rosmarino e timo spingevano con forza verso l’alto le loro foglioline verde-argento profumate di essenze odorose. I tetti delle case formavano come sempre grigie onde opache, trafitte da comignoli di ogni forma e dimensione. La gente andava e veniva attraverso gli stretti vicoli.
    Fu allora che Jean Marie ricevette dal suo allenatore il diploma di tiro che gli avrebbe finalmente permesso di raggiungere il fine che si era prefissato: colpire l’odioso bersaglio.
    Tuttavia più ci pensava meno riusciva a trattenere un sorriso, vedendo se stesso che sparava ai cani di Place de l’Olivier. Gli veniva da ridere, da sganasciarsi dalle risate. Non perché avrebbe finalmente avuto la sua vendetta, ma perché ora, all’improvviso, gli sembrava un cosa stupida da fare, totalmente priva di senso.
    Fu così che si ritrovò ancora una volta a guardare dalla finestra di casa sua.
    Giù, la piazzetta non gli era mai sembrata tanto bella come quella sera, nella luce incerta del crepuscolo. E mentre si faceva prendere dall’atmosfera della notte incombente, decise che sì, dopotutto avrebbe provato la via del progresso. Sarebbe andato a parlare con il sindaco, con l’assessore, fino a quando, che diamine, sarebbero ben intervenuti sul problema. Lui avrebbe protestato e tenuto duro, confidando nel diritto della ragione.
    Diede un’ultima occhiata alla piazza, prima che le tenebre la inghiottissero. Fu così che, dapprima indistintamente, poi via via sempre più nitidamente, scorse là, proprio là, dove mesi prima aveva sparato i suoi pallini di vendetta, ergersi fiere e dritte dalla terra, delle piccole, verdi, piantine di pepe. E per un attimo gli parve anche, ma fu solo una fugace sensazione, che Condorcet, di là, nella sua stanza, stesse sorridendo.

 

LILLO E IL NONNO, Giovanna Miriam Ravani

    Salirono per le terrazze, poi per altre scale. Lontano, nello scorcio di mare, s’alzava, tra fiamme rosa, il mosaico della sera. Entrarono nei vicoli. Ancora quattro passi, e anche la piazza era percorsa. Non c’era anima viva. Sui sedili di pietra, qualche foglia d’ulivo accartocciata. Due mani erose, e tagliate ai polsi, si stringevano sulla lastra della fontana. Il paese un tempo, a dispetto del nome, doveva essere abitato da gente mite. Adesso restavano giusto un pugno di vecchi, ad inventarsi come trascorrere il giorno, fino ad una nuova sera.
    Un omarino curvo sotto il peso di una gerla attraversò il viottolo poco distante: Bortolo, con il fieno per la sua giumenta, le salutò con un cenno del capo. I fiori di geranio penzolavano a sbuffi da un poggiolo e frusciavano alla brezza della sera, l’acqua cioccava in spruzzi sulle pietre della fonte. Il passo claudicante dell’uomo con il canestro rendeva il silenzio meno surreale, anche se avvolgeva come organza le case sgombre. Si addentrarono ancora, scegliendo un antico tratturo che le avrebbe condotte al sagrato. Le dimore vuote da tempo si affacciavano golose sulla stradicciola d’erba e ciottoli con usci di legno sbrecciato spalancati come bocche fameliche. Sedie già vuote ricordavano, nella paglia curvata, le vecchie donne vestite di nero, assise durante la calura, a ricamar merletti e ad acchiappare l’unico refolo fresco che si imbuca nella via. Continuarono l’ascesa fino alla chiesa. Si sedettero sulle piastre della pavimentazione, proprio in faccia a quel sole tondo che si stava sciogliendo nelle acque fra toni arancio.
    “Sai cosa mi sembra?”
    “Mmm?”
    “Un’aspirina.”
    L’anziana rise. Dapprima con garbo e timidezza, poi echeggiò una risata fragorosa che rimbalzò sulla pavimentazione e giù per i vicoli. Le rughe attorno agli occhi sembrarono più profonde, ma l’espressione era rilassata. Accarezzò il capo della bambina e le arruffò i riccioli. Aprì la cerniera della borsetta e ne estrasse due panini minuti, in carta d’alluminio. Mangiarono con calma con le gambe incrociate e le briciole scivolavano sui ciuffi d’erba che facevano capolino tra le lastre. Il sole si sciolse nell’acqua. Definitivamente.
    “E adesso cosa ti sembra?”
    “Mi sembra quella volta che mi e’ caduta la pallina di gelato alla fragola nella fontana.”
    Adorava ascoltare quella piccina e vedere il mondo da una prospettiva che faceva apparire tutto grottesco o alla rinfusa…
    “Come stai?”
    “Così” rispose, cercando di raccogliere una formica con un filo d’erba.
    “Cosi come?”
    “Così: un po’ bene, un po’ male.”
    “Mmmm?.”
    “Vuol dire che se non ci penso e’ tutto bello, ma se ci penso mi viene ancora da piangere.”
    “Lo sai che dispiace anche a me, vero? Gli volevo bene anch’ io…”
    “Lo so nonna, ma era il MIO Lillo.”
    E due lacrimoni scivolarono di corsa dalle guance. Li asciugò subito con la manica. Poi si voltò verso il mare.
    “Nonna?, dici che ci vanno anche i gatti in paradiso?”
    “Ma certo! Cosa credi? Che Gesù se ne stia lassù tutto il giorno senza neanche un cagnolino o un micio con cui giocare?”
    “E quando vado in paradiso ci ritroviamo io e Lillo?”
    “Di sicuro! Lui e’ su che ti aspetta, ma non e’ solo, sai? Non devi avere fretta di rivederlo, perchè adesso lui sta facendo compagnia al nonno e un bel giorno, fra tanti tanti anni, ci ritroveremo tutti insieme sopra le nuvole.”
    “Ah! Bello! Ma, senti, nonna, dici che gliele rimetteranno nella pancia le budella quelli del paradiso? Vero? Mica lo lasceranno andare in giro con tutti i fegati di fuori a penzoloni, no?”
    La nonna sorrise di nuovo, all’idea di suo marito, morto da tempo, a passeggio sui nuvoloni con un gatto sbudellato.
    “Non temere che il tuo Lillo e’ gia a posto, e anche il nonno non e’ più malato, e sta bene.” Le prime stelle luccicavano in fondo all’orizzonte, i pescherecci neri rientravano avvolti da nugoli di gabbiani.
    La donna tolse dalla borsa una bottiglietta e due bicchieri di plastica, li appoggiò a terra e li riempì di un succo violaceo.
    “La spremuta, che bello. La mamma dice che la sera fa male.”
    “Si ma oggi possiamo permettercela e prima di rientrare ti compro il gelato.”
    “Alla fragola?”
    “Se non lo fai cadere nella fontana!!!”
    “Giuro, giuro che no!”
    Prese il bicchiere con entrambe le manine e lo avvicinò al viso. Bevve piano, come le avevano insegnato, poi lo depose attenta sulle pietre. Aveva un semicerchio viola sulle labbra e lo cancellò con la lingua.
    “Buona la spremuta.”
    Si alzarono che cominciava ad imbrunire. La nonna asciugò i bicchieri e risistemò tutto nella borsa. La piccola manina protesa verso la sua le fece tenerezza e la strinse forte.
    “Era bello il nonno?”
    “Era bello e forte. Ti avrebbe voluto tanto bene, sai? Desiderava tanto una nipotina, ma la tua mamma doveva prima finire la scuola e poi doveva incontrare il tuo papà”
    “Giusto. Giusto… Domani c’è l’asilo?”
    “No domani e’ sabato. Resti a dormire con me stanotte?”
    “Nel tuo lettone?”
    “Se preferisci.”
    “Allora sì. Mi fai vedere le foto del nonno a casa? Voglio vedere se era più bello di papà.”
    “D’accordo” disse e sorrise di nuovo. Non sorrideva mai, ma quella bambina riusciva a regalarle l’ilarità. Strani davvero i sentimenti.
    Si incamminarono verso il bar della Lina che era l’unico e poi era a due passi. Un paio di uomini stavano seduti fuori, sotto le lanterne accese, a litigare per il tre di spade o il due di coppe, non capiva bene. La Lina puliva i tavolini con uno strofinaccio a quadretti bianchi e rossi. Si salutarono.
    Scelse una pallina di gelato rosa sopra un biscotto a forma di cono. Ripresero a camminare sul selciato umido dalla sera. I lumi appesi ai muri tingevano di giallo l’acciottolato, i ciuffi d’erba e le pietre delle facciate. Aprì l’uscio con un leggero tocco della mano, che non serviva chiudere a chiave in un paese dove non vive più nessuno, nemmeno i ladri; poi salirono la stretta rampa di scale e si sedettero sulla veranda, davanti ad una scatola di latta che in un tempo lontano doveva contenere biscotti al burro. Le piccole mani la aprirono e sparsero sulla cerata a fiori un centinaio di fotografie e ritratti.
    “Ma perché siete tutti neri come nei film che guarda papà?”
    “Cosa intendi dire?”
    “Che tu hai gli occhi neri ma ce li hai verdi. Che hai i vestiti grigi e questo è vero ma hai anche la bocca grigia. Come nei film che guarda papà. Quelli dell’omino col bastone e le bretelle che cade sempre e dopo papà ride come un matto. E anche io rido. Ma per papà, non per l’omino… Ma questo era il nonno? Non è così al cimitero. Al cimitero è brutto. Qui è bello proprio come papà.”
    “La fotografia della lapide lo ritrae che era già ammalato, ma non era brutto, era solo malato.”
    “Giusto. Ma tu come pensi che è adesso il nonno su nel cielo? Se al mio Lillo gli hanno rimesso le budella e adesso lui è bello come quando era scappato allora il nonno non è più ammalato. Dici che lui adesso è come in questa foto, non come in quella del cimitero?
    Sorrise e annuì.
    “E dici che magari avrà anche questo cappello con la piuma nera? Perché se ce l’ha, quando vado in cielo anch’io gli chiedo se me lo fa provare…”
    Passò le dita cicciotelle sul viso del giovane impettito con la divisa da alpino. Aggrottò la fronte e si avvicinò alla foto scrutandola a fondo. Poi la accostò al volto della donna e arricciò le labbra. Guardava il ritratto e il viso della nonna, di nuovo il ritratto ed ancora il viso.
    “Ma qui il nonno sembra il mio papà. Non è che gli sembra proprio proprio perchè il mio papà ha i capelli gialli e il nonno neri, ma intendo che non sembra un nonno. Sembra un papà”
    “E’ perchè in quel ritratto il nonno era molto giovane, parecchio più giovane del tuo papà!”
    “Ma così quando tu muori e vai in cielo, lui sembra il tuo bambino, non il tuo marito.”
    La donna abbassò gli occhi cercando una risposta tra i petali e le corolle della tovaglia.
    La piccola rovistava con le manine tra i gruppi di fotografie, chiusi in mazzetti da nastri colorati: viola la morte, bianco il matrimonio, rosa la nascita di Teresa…
    Scelse un ritratto vecchio e rovinato ai bordi di un tenero color seppia. Lo sollevò con l’indice ancora appiccicoso di gelato alla fragola.
    “E questa sei tu nonna?”
    Annuì ancora, un pochino triste.
    “Eri proprio bella come la mamma. Anche se la mamma ha i riccioli come il nonno e tu i capelli dritti dritti come gli spaghetti crudi.” Si portò la fotografia sotto il naso, come se volesse annusarla o ispezionarla a fondo.
    “Ho capito! Facciamo così: quando tu muori e arrivi su nel cielo, Gli dici che vuoi essere per sempre come in questa foto, con anche il velo di pizzo che mi piace tanto. Così il nonno sarà contento. E poi ti metti un cartellino qui sulla spalla, come quello dei dottori dell’ospedale, e ci scrivi sopra nonna di Camilla, così se quando io arrivo non ti riconosco, leggo il cartellino e capisco che sei la mia nonna e ci ritroviamo tutti insieme anche sulle nuvole. E mi proverò il cappello del nonno. E anche il tuo velo. È una buona idea vero?”
    La donna baciò la testolina ricciuta.
    “E’ un’ottima idea Camilla, davvero un’ottima idea…”

 

L'ALTROVE E' UNO SPECCHIO IN NEGATIVO, Attilio Melone

    Salirono per le terrazze, poi per altre scale. Lontano, nello scorcio di mare, s’alzava, tra fiamme rosa, il mosaico della sera. Entrarono nei vicoli. Ancora quattro passi, e anche la piazza era percorsa. Non c’era anima viva. Sui sedili di pietra, qualche foglia d’ulivo accartocciata. Due mani erose, e tagliate ai polsi, si stringevano sulla lastra della fontana. Il paese, un tempo, a dispetto del nome, doveva essere abitato da gente mite.

    Imbruniva.
    Giulio aveva camminato tutto il giorno per i sentieri che s’inerpicano lungo le colline intorno al lago. Si era fermato unicamente per bere. Aveva mangiato soltanto un panino, eppure non aveva fame. Appena arrivato a casa, si diresse nel piccolo studio, tolse un volumetto dallo scaffale che occupava la parete di fronte alla finastra, lo aprì a caso e cominciò a leggere. Poche frasi, prima di scuotere il capo e fermarsi, in silenzio, i gomiti sul tavolo, il mento appoggiato alle dita intrecciate, gli occhi bassi.

    L’anno avanti, nella stessa data, Iacopo e Marta erano scesi da Macugnaga apposta per portargli quel libro. Era il loro regalo di compleanno. Si ricordavano sempre. Lui, invece, preferiva dimenticare. Da quando aveva lasciato Milano e si era ritirato ad Orta aveva smesso di contare. Non gli andava di misurare la durata della propria sconfitta.
    “Ciao, marinaio d’acqua dolce.”, aveva esordito Iacopo sotto lo sguardo un po’ imbarazzato di Marta, ”Ho qui qualcosa che sa un po’ di mare e un po’ di montagna.”
    In una scatola, fasciata con carta da regalo, c’erano un libro, una bottiglia di grappa ai mirtilli e dei biscotti speciali. Giulio si era commosso. Era in debito con i suoi amici che l’invitavano sempre a passare qualche giorno nella loro casa in montagna, inutilmente, perché lui non si era più deciso a salire.
    Non voleva arrivare in corriera, con una valigetta in mano, lui che, un tempo, andava in giro su automobili sportive da levare il fiato. Preferiva rinunciare. Gli mancavano, però, le passeggiate, i pranzi al sacco sui pascoli, le conversazioni nel patio della villetta che s’affacciava sui prati. Provava una stretta al cuore quando ripensava ai tramonti sereni ammirati in compagnia di Iacopo.
    Mentre le vette più alte viravano all’arancio rosato e le balze scomparivano sullo sfondo cinerino, lasciando in vista soltanto le screziature di neve, il cielo diveniva più grande, avvolgente come il silenzio che lo scroscio delle cascate non rompeva. Alla fine, rimaneva, come disegnato sul fondale celeste, il profilo scuro delle montagne: un ghirigoro sopra il quale cominciavano a brillare i primi astri.
    La nostalgia più intensa era per le nottate di burrasca. Lui e Iacopo se ne stavano imbacuccati sotto il porticato a respirare con piacere l’aria fredda, profumata di terra e d’erba bagnata. Si rivolgevano domande che, per lo più, rimanevano senza risposta, ma entrambi avevano come la certezza che l’altro, là vicino, avrebbe sempre potuto trovare quella risposta. Era un loro modo di cercare una consolazione del cui bisogno non erano ben consci. S’interrompevano soltanto quando un fulmine si abbatteva su qualche rupe ed il tuono rimbombava nell’anfiteatro di roccia.
    Da ragazzi, si erano incantati insieme di fronte al mare in tempesta.

    Sebbene la solitudine avesse acuito la sua memoria, Giulio non rammentava in che giorno della settimana Iacopo e Marta gli avevano fatto visita. Avrebbe potuto controllare sul vecchio calendario rimasto appeso in cucina sotto quello nuovo, ma non aveva voglia: sarebbe stato contare il tempo. Di quella giornata ricordava ogni particolare e gli bastava.
    Aveva subito sfogliato il libro.
    “ ‘Vento largo ’. … Di Biamonti ho letto ‘ L’angelo di Avrigue ’… Bello. Grazie.”
    “Abbiamo voluto ricordarti la Liguria. Biamonti è stato sempre a San Biagio della Cima, sui bricchi; un po’ come ha fatto Fenoglio nelle Langhe.”
Fenoglio… Con Pavese e Calvino era stato uno dei loro scrittori preferiti, quando entrambi studiavano a Torino. Un po’ Liguri ed un po’ Piemontesi. Marinai e montanari, campagnoli e cittadini. Diversi, ma contigui; come loro due.
    “ Non è un libro facile… Sai cosa dovresti fare?”, Iacopo aveva puntato verso di lui l’indice sinistro, “ Scrivere un commento… Non fare quella faccia. Ascolta. ‘ La scrittura di Calvino è come la vita. Concreta ed impossibile, improbabile e logica, tenue e resistente, difficilissima e semplice. ’ Non ho dimenticato niente, come vedi. Prova anche con Biamonti.”
    Quelle parole erano sue. Mentre Iacopo le ripeteva, a Giulio era riapparsa precisa, come scolpita, la sera lontana in cui, a Milano, aveva commemorato Calvino.    Aveva provato la stessa emozione di quella volta e Iacopo, come allora, gli aveva appoggiato una mano sulla spalla.

    I ricordi irrompevano. Sembravano impossibili, eppure la loro vera natura stava in quell’impossibilità. Erano tanti gli eventi che non sarebbero dovuti accadere se lui fosse stato l’uomo capace di vincere le sfide che gli erano toccate. Invece, era stato un sognatore e non aveva funzionato. Iacopo, che aveva famiglia, era riuscito a frenare il proprio temperamento, adattandosi. Ecco perché gli era rimasto affettuosamente ed ostinatamente attaccato: in lui vedeva la parte di se stesso che aveva dovuto abbandonare o nascondere. Gli rimaneva fedele per non togliere a quel se stesso la vita.
    “La vita… Semplice e difficilissima ... tenue e resistente…”
    Giulio si passò una mano sulla fronte ed il volume gli scivolò in terra. Lui lo raccolse, lo esaminò attentamente per sincerarsi che non si fosse sciupato, appoggiò di nuovo i gomiti sul tavolo, si prese il volto fra le mani e chiuse gli occhi.

    “Un giorno o l’altro, vengo a prenderti. Arrivo e ti trascino con me.”, aveva gridato, Iacopo dal finestrino, fermandosi dopo che era già partito, “Ho capito che, per te, ci vuole l’autista.”
    “C’è sempre una camera pronta.”, aveva incalzato Marta.
    Giulio, guardandoli partire, aveva pensato che Iacopo aveva ragione e che sarebbe andata a finire come diceva lui, ma non sapeva se esserne turbato o felice. I suoi occhi erano lucidi.
    Si era subito messo a leggere, spinto come da una sorta di riconoscenza e non aveva smesso un momento, quasi trepidando, come se parole, immagini, personaggi potessero svanire d’un tratto. S’interrompeva brevemente soltanto per vagare con lo sguardo oltre la finestra.
Il lago era incupito in fretta, percorso da un brivido. Infine, si era acquietato sotto un lembo di luna, ma, all’improvviso, qua e là riprendeva a vibrare. Era una quiete misteriosa, a tratti persino infida; diversa da quella serena del giorno.
    “Salirono per le terrazze… Sui sedili di pietra, qualche foglia d’ulivo accartocciata….”
    Le acque, ormai scure, trasmettevano una sensazione d’evento imminente, come se qualche fantasma stesse per levarsi dalla loro superficie levigata.
    “Due mani erose, e tagliate ai polsi, si stringevano sulla lastra della fontana…”
    Aveva tirato un sospiro, a quel punto.
    Presentimenti?
    Non ci aveva mai creduto. Doveva cambiare opinione? Ricordò che il cielo era stranamente chiaro, quella sera, tanto che lui si era chiesto se non fosse per il riverbero dei ghiacciai delle montagne.

    Era passato un anno. Iacopo era malato e non era venuto a trovarlo, ma non si era dimenticato gli auguri. L’aveva chiamato da Savona, dove si era rifugiato, nonostante che a Milano fosse più facile curarsi.
    “Giulio, dovrai venire tu qua. Mi piacerebbe stare ancora un po’ insieme.”
    Giulio ascoltava in silenzio: un groppo in gola gli impediva di rispondere, di protestare, di pronunciare parole che non venivano, perché non erano vere. Sapeva che avrebbe dovuto affrettarsi, ma un’esitazione dolorosa lo tratteneva dal tornare. A Savona era stato ragazzo con Iacopo, come lui aveva sognato e progettato la propria esistenza. Il ritorno avrebbe rinnovato la sofferenza dell’addio di tanti anni prima, senza che, a lenirla, ci fossero le speranze di allora. All’angoscia per l’amico, si sarebbe aggiunto il rimpianto, eppure bisognava correre: due mani erose dal tempo dovevano intrecciarsi ancora.
    Forse, sarebbero potuti andare insieme sulla riva del mare…
    Quando erano al liceo, nei giorni di burrasca, correvano al Prolungamento. Stavano in silenzio, a guardare le onde, respirando, come inebriati, la nebbia salmastra carica di profumi lontani, ma ogni volta che una sequenza più possente scavalcava gli scogli e s’infrangeva sulla battigia, alzavano le braccia al cielo. La risacca mugghiava.
    Ora, una tempesta inattesa si apprestava a ghermire il più forte dei due e c’era, in questo, un sapore d’ingiustizia e di beffa che stava riattizzando in Giulio una voglia di sfida ormai dimenticata, perduta nei tempi in cui, legati l’uno all’altro, erano saliti per ghiacciai e pareti, avevano percorso canaloni solitari ed infidi.

    Tornò a fissare il lago: qua e là, scintillava, sfiorato da raggi obliqui. Le colline sembravano piombare nell’acqua, come se volessero fecondarla con la loro vita, accenderla con le luci delle case e delle chiese che spuntavano fra le macchie scure degli alberi. Lontano, in cielo, sopra la silente isola sacra, dedicata al “suo” Santo - il Santo misterioso di un agnostico - vagava un segreto non meno indecifrabile di quelli che, un tempo, aveva inseguito oltre l’indaco dell’orizzonte o fra le nubi scure trascinate dal libeccio.
    Aprì la finestra.
    Si udiva qualche anatra sguazzare. In alto, un turbinio, un frusciare, un risuonare indistinto: grida, fremiti, lamenti, forse. Era il suono del vento che scendeva, scompigliato ed instabile, dalle vette.
    Vento largo…
    Nell’azzurro venato di grigio e di rosa, striato di cirri sottili, sotto il suo sguardo incerto, davanti ai suoi pensieri esitanti, fuggivano innumerevoli fiocchi simili a viandanti in corsa. Ricordò una frase del libro: “Il mondo ha ripreso a camminare. “
    Vento largo…
    L’aveva trasportato, inconsapevole, depositandolo su quelle rive dove si era illuso di essere al riparo. Da che? Da chi?
    Vento largo…
    Avrebbe portato via Iacopo e, con lui, i ricordi e gli affetti che intessevano la sua vita, da cui non poteva stare lontano.
    “Nessuno è al riparo. Ogni uomo è sempre di fronte a se stesso... Il mondo non può aspettare. In certi momenti, è più silenzioso, ma cammina. Deve andare.”

    In pochi minuti, la valigetta fu pronta.
    Voleva partire presto, l’indomani.

 

CASTELBRIGANTE, Vincenzo Cortese

    Salirono per le terrazze e poi per le altre scale. Lontano, nello scorcio di mare, s’alzava, tra fiamme rosa, il mosaico della sera. Entrarono nei vicoli. Ancora quattro passi, e anche la piazza era percorsa. Non c’era anima viva. Sui sedili di pietra, qualche foglia d’ulivo accartocciata. Due mani erose, e tagliate ai polsi, si stringevano sulla lastra della fontana. Il paese un tempo, a dispetto del nome, doveva essere abitato da gente mite. Ebbero appena il tempo di rinfrancarsi con la fresca acqua della fontana. Già, la fontana, quell’acqua immutabile e perpetua sgorgava incurante degli eventi, sempre uguale, scrosciante e limpida, così come nelle torride giornate d’estate, quando la lieta fanciullezza li faceva correre a perdifiato nelle medesime viuzze, riempiendole della loro gaiezza e facendo balzare nel sonno un vecchio assopito sulla soglia di casa, avvolto dal torpore di un caldo pomeriggio di luglio. Ora in quelle stesse stradine aleggiava una sinistra quiete e i loro passi veloci riecheggiavano nel silenzio calato dopo il rastrellamento. Dal lato opposto di Castelbrigante, iniziarono ad udirsi i primi colpi inesorabili e ripetitivi delle mitragliette della Wehrmacht, che coprirono col loro trambusto le urla disperate di uomini e donne innocenti. Francesco portò la mano alla spalla, il dolore, anche se intenso iniziava a divenire più sopportabile. Talia si coprì le orecchie, il filo con il quale li avevano legati le aveva segnato il polso, così come a Francesco ma la caduta dal camion per sua fortuna non aveva avuto altre conseguenze. Ben presto le urla cessarono, calò nuovamente il silenzio ma non durò a lungo, le raffiche ricominciarono ed ogni colpo li faceva sobbalzare.
    - Talia dobbiamo proseguire, uscire dal paese! - Le sussurrò, mentre lei continuava a coprirsi le orecchie. Francesco la scosse.
    - Talia per carità! Dobbiamo fuggire, potrebbero ritornare!
    - Papà e Davide...sono ancora lì! Come ho potuto... come? - La ragazza iniziò a singhiozzare.
    - Non avremmo potuto fare altro, non possiamo fare altro. Se riusciamo a raggiungere il bosco potremo restare al sicuro finché non sarà tutto finito.
    - Cosa? Finito cosa? - Esclamò Talia, interrotta dai singhiozzi di un pianto che le rigò il viso impolverato.
    - Schh! - Sussurrò lui – Vuoi che ci scoprano? Avanti, non manca molto.
    Francesco la trascinò letteralmente oltre la Chiesetta di S. Domenico. Don Luigi li vide dalla finestra della canonica, per un attimo fissò il volto di Talia.     L’anziano parroco non resse quello sguardo, a quegli occhi imploranti non riuscì a dare risposta. Quel giorno la sua fede, già duramente minata, vacillò al punto da crollare. I due giovani proseguirono la loro fuga nella pineta che digradava dolcemente verso il mare. L’eco dei colpi si fece sempre più lontano man mano che si inoltrarono nella macchia, tra mirti e rosmarino le cui essenze li inondarono mentre crollavano al suolo esausti. Il sonno li colse senza che se ne rendessero conto, si assopirono stretti l’uno all’altra. La notte sopraggiunse coprendo con il suo fugace oblio le vicende che resero per sempre atroce quell’ottobre del 1943.
    - OOH Nino! Vieni a vedè! - Quella voce li fece sobbalzare; quando aprirono gli occhi si trovarono di fronte un ragazzo, poteva avere si e no 18 anni, ma il suo era uno sguardo incanutito dalla guerra e la mitraglietta che imbracciava ne era il gelido testimone. Talia si strinse a Francesco, che si stropicciò gli occhi. Accanto al ragazzo armato sopraggiunse un giovane dal portamento più severo, nonostante ciocche di capelli corvini cadessero arruffate ai lati di una fronte spaziosa.
    - Che hai trovato stavolta Armando? Oh, ma tu non sei Francesco il figlio di Peppe, il meccanico? Riposo Armà, aiutiamoli a tirarsi su. - Armando lasciò scivolare di lato la mitraglietta Sten e diede appoggio a Francesco, Nino fece lo stesso con Talia.
    - Siete stati voi? - Chiese Francesco.
    - Non Capisco. - Rispose Nino.
    - I due tedeschi, li avete ammazzati voi? - Nino non rispose ma osservò con attenzione i polsi dei ragazzi e lo zigomo tumefatto di Francesco.
    - Avete fame? Grifo dai due gallette ai nostri amici. - Un ragazzo barbuto estrasse da una bisaccia due fette di pane raffermo e le porse ai fuggiaschi. Talia accettò la sua timidamente mentre Francesco non considerò Grifo, lo sguardo su Nino.
    - Sai cos’è successo in paese? Lo sai? - Disse, al che Nino si fece serio.
    - Quello che continuerà ad accadere fin quando gli permetteremo di caricarci come tante pecore sui loro camion senza reagire.
    - Bastardo! Mio padre...l’anno sparato come un cane perché si è ribellato...
    Francesco gli afferrò il bavero della giacca ma non fece in tempo a terminare la frase che si ritrovò le canne di due Sten puntate ai fianchi.
    - Giù le armi! -Ordinò Nino. - Ci hai ragione Francè, ma qua siamo in guerra, ci hanno invasi lo capisci? Gli americani sono a Salerno ma se la prendono comoda, intanto noi che possiamo fare? Ce ne stiamo qui ad aspettare? Ma cosa? Che ci prendano uno per uno e ci portino chissà dove? Allora preferisco morire così! -    Disse, mostrando il fucile che portava a tracolla.
    - Ma tu lo sai quanti ne stanno arrivando? E pensi di combatterli con sti schioppi? Francesco agitò il fucile di Nino come fosse un fuscello di legno.
    - Dante! Vieni, diglielo tu. - Rispose Nino, strappandogli l’arma dalle mani come se gli avessero toccato un fratello. Si avvicinò intanto un giovane sulla ventina, i suoi occhi verdi fissarono attentamente i due avventori.
    - Ne verranno anche di più, – disse - i tedeschi stanno rinforzando le linee a sud di Roma, Kesselring sta spostando tutte le sue divisioni. Mi spiace per tuo padre ma le alternative che abbiamo sono due, rischiare di morire da pecore o combattendo...tuo padre non è morto da pecora. Francesco iniziò a singhiozzare ma cercò di mascherarlo con qualche colpo di tosse. Dante poi si rivolse a Talia.
    - E hodesto cerbiatto impaurito h’avrà mai combinato per dover scappà dai crucchi? - Talia spostò la ciocca di capelli che le coprivano il viso.
    - Quello che avevano fatto tutti gli altri che hanno caricato sui camion. L’ufficiale cercava i banditi che avevano assassinato due suoi soldati. Noi non ne sapevamo nulla e il padre di Francesco ha cercato di spiegarlo ma poi... poi ha visto Francesco ed ha chiesto come mai non fosse al fronte. Il sig. Peppe si è messo davanti, al che l’ufficiale ha mormorato qualcosa in tedesco colpendolo col calcio della sua pistola. Ha fatto lo stesso con Francesco chiamandolo traditore. Il sig. Peppe a quel punto ha reagito ma lui lo ha... - Francesco, che fino ad allora era riuscito a trattenersi non ne poté più ed iniziò un pianto a dirotto. Dante appoggiò la mano sulla sua spalla.
    - Tuo padre non è il primo ne sarà l’ultimo, stanno facendo porcate dappertutto. Su a Firenze è lo stesso, ma c’è un “quarantotto”. Militari sbandati, studenti, si stanno ribellando in tutto il Nord. Io sono un Sottotenente dei Granatieri di Sardegna, ero a Roma quando Badoglio ha annunciato l’armistizio. Ci ha gettati tutti nello scompiglio, persino gli ufficiali superiori non sapevano più che pesci pigliare. Noi però, assieme ad altri reggimenti, decidemmo di combattere. Purtroppo non eravamo ben coordinati, alcuni si sono arresi, ma molti altri non hanno avuto il cuore di cedere le armi...quanti morti. In tutta sta confusione una cosa sola c’è chiara. Dobbiamo pungolarli, ostacolando in ogni modo il rinforzo della linea di fronte. - Francesco volse lo sguardo a Talia ed emise un profondo sospiro. Qualcosa dentro di lui era cambiato e con sorpresa lesse lo stesso negli occhi di lei, qualcosa che andava oltre l’istinto di sopravvivenza, un impeto che lo chiamava dal più profondo dell’anima. Nino intanto raccolse la sua bisaccia e sistemò meglio il fucile, poi si volse verso Francesco prima di riprendere la marcia.
    - Quei due tedeschi “assassinati” facevano parte di un drappello di stanza a Cairano, quando li sorprendemmo avevano appena finito di sterminare due intere famiglie di contadini: si erano rifugiate in una masseria, forse volevano starsene al riparo dagli scontri tra paracadutisti americani e truppe tedesche. Non so perché li hanno uccisi... ma c’erano...c’erano anche donne e bambini, cosa potevano aver fatto di male? Quei maledetti hanno usato anche le granate...se pensi ancora che stiamo sbagliando allora restatene pure qui, se no ecco, questa è la sicura, qui c’è il caricatore – TRACK – pronta! - Gli stava porgendo il calcio di una pistola. Francesco la osservò con attenzione, poi guardò esitante Talia, Salerno non era poi così lontana, li sarebbero stati al sicuro. Ma la voce, continuava a chiamarlo, continuava a spingere la sua mano verso quell’arma. No, non era la voce, ma Talia. Fu lei ad avvicinare la mano di Francesco a quel freddo e luttuoso surrogato di giustizia. Poi la ragazza si rivolse a Grifo e chiese un fucile anche per lei. Era strano, ora le sue mani non tremavano, la consapevolezza dell’atroce destino dei suoi cari le aveva fatto comprendere quel disegno che finora le era oscuro, il motivo per il quale le loro vite fossero state risparmiate. La sua mano non tremò neanche davanti alla colonna tedesca, ne esitò quando il primo camion si arrestò sotto i suoi colpi, neanche quando, col cuore colmo di pena, vide abbattersi sul volante quel giovane soldato. I partigiani avanzavano sul sentiero di Carmigliano, il loro canto lo portava il vento, fischiava con loro la melodia che accompagnò molti in una morte eroica e gli altri nel dovere del ricordo.
    Sulla panca di pietra sotto l’antico ulivo due mani consunte dal tempo ancora si stringevano, unite dallo stesso amore. È l’ottobre del 1993, due vecchietti guardavano i bambini che correvano felici, le loro voci riempivano la piazza, quasi coprivano lo scrosciante gorgoglio della vecchia fontana, la cui acqua continuava a sgorgare, incurante degli eventi, limpida e fresca, per sempre.

LA MAESTRA, Maria Rosaria Fonso

    Salirono per le terrazze, poi per altre scale. Lontano, nello scorcio di mare, s’alzava, tra fiamme rosa, il mosaico della sera. Entrarono nei vicoli. Ancora quattro passi, e anche la piazza era percorsa. Non c’era anima viva. Sui sedili di pietra, qualche foglia d’ulivo accartocciata. Due mani erose, e tagliate ai polsi, si stringevano sulla lastra della fontana. Il paese un tempo, a dispetto del nome, doveva essere abitato da gente mite. Si girò a guardare ancora verso il mare, verso quel cielo che sembrava un quadro d’autore, mentre Michele, suo fratello, si divertiva a camminare sul bordo sbrecciato della fontana. “ Dai Michele, scendi che è tardi!” disse Maria staccando gli occhi dalla sera. “Stavolta mamma ce le suona! ”.
    “ Inventeremo una scusa, come al solito!” le disse Michele e si mise a ridere in quel modo scanzonato e spontaneo che rivelava il suo carattere semplice e solare.

    “Maria! Maria!” Maria sobbalzò sentendosi chiamare da Anja, la badante rumena seduta su uno dei sedili di pietra. “ Stai dormendo con occhi aperti, Maria?” le chiese con lo sguardo tra l’affettuoso e il divertito. Lei le sorrise. Come spiegare a una giovane straniera che lì, in quella piazza, su quello sfondo di mare e di cielo, aveva vissuto i momenti più importanti della sua esistenza, che quella piazza era la sua casa, il suo cuore, la sua storia, che quel luogo era una parte di sé?
    “ Passavo spesso di qui per tornare a casa . Con Michele, mio fratello…E ogni volta alla fontana ci fermavamo ancora a giocare…”
    Una lacrima le spuntò negli occhi acquosi. Michele a ventuno anni era morto in guerra. Dio, la guerra che brutta cosa! Michele era un ragazzo gioioso, positivo…Era fatto per la vita, per il sole, per la luce ed il mare, per gli scherzi e gli abbracci, improvvisi come ondate. Invece c’erano fango, buio e freddo la notte in cui lui volò via per sempre. Maria sperava con tutto il cuore che lui fosse andato in un paradiso di luce e di gioia…

    “ EMME di MARE, maestra?” Nicola aveva sempre bisogno di rassicurazioni. Altri quaranta occhi la scrutavano in attesa della risposta. “Si, Nicola, EMME di MARE…” Tutti riabbassarono le teste con sollievo e continuarono a scrivere diligentemente e con impegno, quello che lei andava dettando : …LE… MELE MATURE…REMO…TIRA…IL…RAMO…PUNTO…A CAPO…”
    Tra una parola e l’altra la maestra Maria guardava fuori dalla finestra che dava proprio sulla piazza. In fondo si scorgeva il mare, azzurro che si confondeva col cielo! Tra un mese sarebbe arrivata di nuovo l’estate e questo le dava una gran voglia di correre sulla costiera, là dove la lavanda colora e profuma l’aria, di sentirsi il vento nuovo tra i capelli e sul viso e sulla pelle. “ E dopo maestra?”. I bambini aspettavano il prosieguo del dettato. “…IL RAMO…SI…SPEZZA…E…” “Ancora un mese… ” pensò Maria ”…e cominceranno le vacanze! Libertà!”. Per lei libertà significava natura, mare,cielo.
    “…E…LE…MELE…CADDERO…SULLA…TESTA…DI…REMO…PUNTO”.

    “Nessuno in piazza stasera…!?” Anja con la sua constatazione, interruppe i ricordi di Maria, che stava sorridendo mentre pensava a quanti bambini aveva insegnato. Davvero tanti! Quasi tutto il paese. Infatti per tutti lei non era Maria, ma “La Maestra”. Aveva insegnato nella scuola del paese per 35 anni!
    “ Niente gente stasera Maria…” ripeté Anja guardandosi in giro. “Effettivamente, stranamente, la piazza è deserta” pensò La Maestra. “ Meglio così” disse alla sua badante “ Staremo più tranquille”. Oggi si era concessa uno strappo alla regola quotidiana di ritirarsi presto (per via dei dolori alla schiena e alle gambe). Si era fatta un regalo in occasione del suo ottantacinquesimo compleanno: scendere in piazza e vicino alla fontana, guardare il tramonto. Non era semplice per lei che ormai da tempo si muoveva solo con la sedia a rotelle! Ma Anja non conosceva ostacoli e con le sue forti braccia l’aveva condotta giù per il vicolo senza problemi.
Si, meglio che non ci fosse nessuno. Così poteva lasciare che la mente corresse libera su per le scale della memoria, per attraversare terrazze di ricordi non sempre dolci, ma permeati di affetto e di nostalgia. Poteva entrare nei vicoli di un profumato tempo passato e percorrerli, con la serenità e la pacatezza di chi ha quasi concluso il suo viaggio. Scorrere immagini di volti cari…

    Seduti sul sedile di pietra, vicino alla fontana, nel buio della sera estiva, illuminato da una scintillante luna piena, stavano parlando di poesia. Una splendida poesia che parlava di una conchiglia fossile e dei pensieri che questa aveva ispirato al poeta. Erano scivolati a parlare di se stessi con intimità, quasi sussurrando. Bruno l’aveva baciata…o Maria aveva baciato Bruno? Un bacio sulle labbra lieve come la brezza marina, dolce e tenero, casto, ma carico di parole non dette ed emozioni vibranti. Maria spinse lo sguardo verso il cielo: era di un blu turchino intorno alla luna. Sapeva già cosa Bruno si apprestava a dirle. “ Tu lo sai vero che io sono in seminario?” Maria annuì mentre, chinando la testa, si mise a fissare i polsi tagliati delle mani sulla lastra della fontana. Un senso di vergogna stava prendendo inesorabilmente il posto dell’emozione indefinibile che quel bacio le aveva dato. “ Si, lo so…” rispose Maria. Bruno era di Vicenza (lontanissima!), era lì in convalescenza, dagli zii…A Bruno mancava poco per diventare prete. La Maestra avrebbe voluto dire tante cose, ma non disse niente. “ Sono sconcertato…Mi spiace…Dopodomani torno a casa…Mi devo guardare dentro, con calma…Caso mai ti scrivo…”. Maria ancora annuì. Non riusciva ad alzare lo sguardo verso di lui, come se la vergogna e il senso di colpa che provava le pesassero sulla nuca, impedendole di muoversi. “Buonanotte…” le disse Bruno imbarazzato. Si alzò e se ne andò verso casa. Quella fu l’ultima volta che Maria vide Bruno. Quella fu la prima, ed ultima volta, che Maria baciò un uomo.

    “ Mi metti la giacca sulle spalle, Anja per favore?” Anja si alzò prontamente, abbandonando il lavoro all’uncinetto e fece quel che la Maestra le aveva chiesto     “Freddo Maria? Vuole che tornare?” le chiese Anja premurosa “ No, stiamo ancora un poco…” rispose e:” Si dice vuole che torniamo… “ aggiunse. Avrebbe anche potuto stare zitta,tanto era la centesima volta che le insegnava i verbi, ma lei era la Maestra e come tale si sentiva ancora in dovere di correggere errori di italiano.
    Fra poco sarebbero tornate a casa. Ora le dispiaceva che in piazza non fosse passato nessuno. Un po’ di freddo le era sceso anche nel cuore. Avrebbe scambiato volentieri due parole con qualche paesano…così…tanto per colorare di affetto il suo compleanno.
    Anja si risedette sulla panchina e riprese il suo lavoro, concentrata. Lo sguardo di Maria cadde sulle gambe della sua badante, sullo spazio vuoto sotto il sedile di pietra…

    “ Che fai lì Fabio? Esci!” Fabio, uno dei suoi alunni, se ne stava accovacciato sotto la panca. E piangeva. Erano le tre del pomeriggio e Maria voleva leggere un libro al tepore del sole, vicino alla “sua” fontana, quando aveva sentito un piagnucolio.
    “Cos’è successo Fabio? Esci su…” La Maestra si chinò e prese il braccio del bambino che, come si sentì toccare, guizzò fuori e le si rannicchiò addosso abbracciandole le gambe, fino quasi a farla cadere. Maria si sedette e se lo mise in braccio, come una mamma che allatta il figlio. Fabio continuava a piangere. Anzi ora singhiozzava sonoramente, bagnandole la camicetta di lacrime. Così, abbracciato alla Maestra che silenziosamente lo confortava, Fabio si calmò. “ Ho fatto arrabbiare papà…” cominciò a spiegare” Voleva picchiarmi…e io sono scappato”. Stette zitto un attimo, tirando su col naso. Poi riprese. “ Adesso ho paura…”. Maria non aveva bisogno di altre spiegazioni: il papà di Fabio beveva, non era una novità. E quando era ubriaco bastava poco per farlo “arrabbiare”. Cominciò ad accarezzare il bimbo,. quando vide Primo, il padre di Fabio, che stava arrivando con volto minaccioso. Le si parò davanti. Lei strinse di più il piccolo. Si guardarono per qualche istante negli occhi. ” Fabio, andiamo a casa…” disse Primo con voce pacata, abbassando gli occhi. “ Vai Fabio, ora papà è calmo. Non ti farà nulla…” disse Maria.
    Padre e figlio si avviarono verso il vicolo di casa mano nella mano.

    Un tramestio e un brusio alle sue spalle la fecero voltare, non prima di aver visto Anja sorridere con complicità. In un lampo, mentre si girava, capì.
    “ Buon compleanno, Maestra!” Proprio Fabio, ora sindaco del paese, con la sua fascia tricolore, era in testa ad una piccola folla che si stava fermando davanti e intorno a lei.
    “ Buon compleanno, maestra Maria!” dissero tutti insieme sorridendo. Li guardò: li conosceva tutti! E tutti erano un pezzetto del suo tempo terreno. La commozione le lustrò gli occhi. Il suo cuore guardò lontano. Nello scorcio di mare, tra fiamme rosa, s’alzava nel brillìo delle lacrime, il mosaico della sera.

Franco Blandino