3° EDIZIONE CONCORSO LETTERARIO ONDA D'ARTE

La classifica completa dei racconti partecipanti al Concorso

La graduatoria, di seguito riportata, è dovuta alla mancata presenza, alla cerimonia di premiazione, del secondo classificato (art.12 del regolamento).

 

I RACCONTI VINCITORI

1° CLASSIFICATO

MARCO VOLPE, Verona - La paranza

 

2° CLASSIFICATO

ALDO QUARIO, Biella - Sirene

 

3° CLASSIFICATO

CORINE FELINE, Mornese (Al) - I pensieri di Eugenio

 

MENZIONI SPECIALI

ANGELO COLLINA, Bologna - Fragole d'agosto

ALBERTO SCHIAVONE, Bologna - La stagione dell'amore

 

SILVANA SERVETTI, Cairo Montenotte (Sv) - Al mare con la cinquecento

(premio speciale offerto dalla Fiat 500 Club Italia di Garlenda)

 

LA PARANZA, Marco Volpe

Mi sono innamorato di una stronza.
Mi innamoro sempre di una stronza.
Non della stessa.
Funziona così: io ogni estate incontro una stronza, me ne innamoro perdutamente, la corteggio, lei ci sta o sembra starci, passiamo del tempo meraviglioso insieme e dopo un po' fa la stronza. Sempre così, la stronza cambia ogni anno ma il resto è tutto uguale.
L'ultima, l'ho conosciuta in Sicilia l'estate scorsa. Io in vacanza, lei del posto. La approccio in spiaggia un pomeriggio che ci manca un quarto per il beach volley. Lei non sa giocare ma è carinissima e mora. La sera usciamo tutti insieme, gli altri due sono già una coppia, io e la mora carinissima lo diventiamo un attimo prima di tornare a casa.
Ci sono ancora sei giorni prima della partenza e ce li spariamo tutti d'un fiato, come un cocktail tropicale superalcolico estivo. Poi io riparto, continuiamo a sentirci, per me è una storia importante, lei dice che per lei è una storia importante, torno a trovarla dopo due settimane. Mi propone di trasferirmi, nel bar dove lavora anche lei cercano un aiuto barista per il dopo cena. Non è un lavoro su cui costruire un'esistenza, ma un lavoro su cui costruire un'esistenza devo ancora trovarlo o inventarlo, per cui impiego quattro minuti a pensarci per finta e rispondere che è un'idea fantastica.
Abitiamo per tre mesi nello stesso monolocale, ci laviamo nello stesso bagnetto che sembra uno sgabuzzino con doccia, dormiamo nello stesso letto a una piazza e mezza. Potrebbe sembrare un incubo ma invece a me sembra un sogno di quelli multidimensionali.
E lavoriamo nello stesso bar, lei mattina e pomeriggio, io dopo cena. Nel resto della giornata mi arrangio consegnando giornali o aiutando al porto. Quando capita, riparo biciclette. Ogni due sabati non lavoriamo e ce ne andiamo in motorino sulle colline dell'interno ad aspettare i tramonti e guardare i tramonti. Insomma, in qualche modo, arriviamo tutti i mesi a fine mese.
Poi s'incarta qualcosa.
Il bagno comincia a sembrarci troppo piccolo, il letto troppo stretto, i mesi troppo lunghi. Al bar l'aiuto barista non serve più. Cerco altre cose ma ho bisogno di tempo e lei è ogni giorno più stanca e incazzata. Certe sere non torna, al telefono non risponde, non rispetta il calendario delle pulizie. Finché una volta la incontro sul lungomare con un bell'uomo.
È novembre ma è una sera incantevole, ci stanno pure i gabbiani.
Lei sorride quasi naturale, mi saluta con occhi quasi naturali e quasi naturalmente mi dice ciao, anche tu sul lungomare? è una sera incantevole, vero? ti presento alfredo.
Così, tutto d'un fiato, senza maiuscole e virgolette.

La paranza è una danza, ma solo da quando l'ha deciso una canzonetta di successo. Per me è più propriamente il fritto misto di pesce che consegno ogni domenica al tavolo sedici, quello di Don Raffaè.
Invece Don Raffaè è una canzone di qualche tempo fa, ma per me è più propriamente il modo con cui ho deciso di chiamare un certo Raffaele- quarantacinquenne dall'aria distinta ed elitaria accompagnato ogni domenica da una diversa signorina dall'aria discinta ed elitaria.
Faccio il barista e cameriere in uno stabilimento balneare che si chiama “Gli Scogli” e il fine settimana offre anche servizio ristorante. Non lavoro tantissimo ma comunque abbastanza da camparci un'estate. E il vantaggio è che quando sono libero non è difficile ritagliarmi una giornata al mare perché al mare ci sto già.
Invece Don Raffaè chissà chi è e cosa fa il resto della settimana e della vita. Porta sempre occhiali da sole con riflessi blu o verdi, capelli bagnati di gel o acqua di mare, camicie griffate e bianchissime a maniche corte. Io lo chiamo così perché mi sembra uno importante e rispettato, e insieme uno che ha qualcosa di misterioso e forse sporco dietro (e dentro).
E magari ha pure una moglie e un figlio da qualche parte nel mondo; e magari quella moglie non è neppure la madre di quel figlio. Di preciso non lo so, quindi invento.
Oggi gli occhiali di Don Raffaè hanno i riflessi verdi e la ragazza discinta è una rossa con non più di ventun anni. Ha ordinato due fritture di paranza, come al solito, ma è una cosa che fanno quasi tutti, qui, in quest'isoletta del Basso Lazio dove ho deciso di rifugiarmi e scacciar via un'estate e una ragazza (carinissima e mora).
Perché si sa che la panacea di tutti i mali è la distanza- alcuni dicono sia il tempo, il tempo che passa- altri dicono sia il divagarsi, le distrazioni, lo spirito giusto- invece no, invece è la distanza.

Dimmi che mi ami che mi ami che mi ami che mi ami che mi ami... E così via. Tipo quindici volte di seguito. Tanto che la vodafone le ha spezzato l'sms in due.
La ragazza carinissima e mora ieri m'ha scritto. A dir la verità, non ha mai smesso di scrivermi e chiamarmi e chiedermi dove cazzo sto. È una storia strana, complicata, cattiva, intelligentissima; forse ve l'ho raccontata un po' male.
Sto in barca con Don Raffaè, soli io e lui, era da qualche domenica che m'aveva promesso un giro in barca sulla sua barca. Ce ne andiamo verso il largo, dice che così mi spiega un po' di manovre e mi fa vedere come funziona la pesca da queste parti, è interessante.
Io e voi, invece, ripartiamo da quella sera di novembre coi gabbiani. Lei sorride e dice quelle cose lì, io ho un giramento di testa che però passa subito, mi presento a mia volta, stringo la mano a quest'Alfredo e proseguo per la mia strada. Due ore dopo ci ritroviamo a casa.
- Allora?
- Allora cosa?
- Come allora cosa?
Cerco di calmarmi ma sono infuriato e si vede, mentre lei vorrebbe rispondermi con altrettante forza e foga ma non le riesce e rimane calmissima.
Mi spiega che Alfredo è un amico del figlio del proprietario del bar, l'ha conosciuto quella sera stessa e l'ha accompagnato a fare un giro sul lungomare e nella città vecchia, così, niente di personale, solo per raccontargli un po' di storia e (diciamo) cultura locale. Io un po' le credo e un po' no ma le dico piantala, non ti credo per niente, non ho affatto intenzione di farmi prendere in giro da una stronza e da uno che si chiama alfredo.
Così, tutto d'un fiato, senza maiuscole e virgolette.
Il giorno dopo piglio e parto. Sospetto ci sia un altro, magari non Alfredo ma comunque un altro. (Però- a dirla tutta- forse cercavo solo un pretesto per pigliare e partire, e quest'Alfredo m'era sembrato un bell'uomo e un bel pretesto.) Viaggio un po' a casaccio per il Sud Italia. Esaurisco in breve i pochi spicci messi da parte. Per una settimana non ci sentiamo.
Poi mi chiama lei. Mi chiede che fine ho fatto, se è il modo di mandare tutto all'aria così per una cazzata così. Mi dice che devo imparare a vivere e relazionarmi, che lo stronzo sono io, che il tempo passa invano, che lei si innamora sempre di uno stronzo (non dello stesso, immagino).
Davanti a noi, due barche cooperano per tirar su del pesce. Quella è una paranza, mi dice Don Raffaè, fanno pesca di coppia, avvincente, no? La paranza non è un fritto?, faccio io. La paranza è un tipo di imbarcazione da pesca ma anche il fritto misto che se ne ricava.
Pensa te. Guardo le barche. Pesca di coppia. Sembrano un uomo e una donna. Meglio, un maschio e una femmina. Penso alla ragazza stronza carinissima e mora. Un maschio e una femmina che cooperano per tirar su un qualcosa che permetta di sfangarla, in questo mondo cattivo. Penso a tutte le ragazze che ho lasciato o che m'hanno lasciato prima che le lasciassi. Di sfangarla e garantire una qualche serenità, o per lo meno un qualche ordine sociale, o per lo meno la sopravvivenza della specie. Penso a tutte le ragazze della mia vita.

Comunque da quest'estate la paranza è anche una danza- per cui eccomi qua, allegramente in pista, le due di notte, il vento tiepido sulla pella abbronzata, presso la disco-spiaggia “Il calamaro”.
Da un paio di minuti mi sballonzola davanti il body bianco latte di una ragazza carinissima e bionda, mentre l'alcol comincia a risalire minaccioso su per le vene, mentre il mare rumoreggia per i fatti suoi, mentre gli altoparlanti sparano l'incipit della canzone più in voga dell'estate.
Mi sono innamorato di una stronza. Ci vuole una pazienza, a considerare misurare e suturare le cicatrici dentro le storie.
La ragazza carinissima e bionda sa muoversi.
La testa gira come crede lei.
E le storie sono come certe canzonette, che a un certo punto finiscono e tu neppure hai capito bene chi sia lo stronzo.
Se lui (cioè io) o lei (cioè lei).
La verità è che devo imparare a vivere e relazionarmi. Prendere decisioni, prendere impegni, spruzzare l'anticalcare su rubinetti e paranoie, fornire una definizione formale di libertà, invecchiare, una buona volta piantare radici.
La ragazza carinissima e bionda si avvicina e mi spiega che la paranza è anche un'antica danza greca.
Ma dai.
Giuro.
Il mare rumoreggia, discreto, per i fatti suoi.
Il vento è tiepido.
Io mi sento un po' saggio, un po' ubriaco e un po' eccitato.
Allora tiro fuori un sorriso mezzo ascetico, la guardo, le sfioro il mento con prudenza, le cingo i fianchi con eleganza e finalmente (con un lento movimento de panza) la spingo a me.
 

SIRENE, Aldo Quario

Viste alle spalle le due piccole nuche piegate all’indietro e i nasi all’aria, protesi verso l’enorme cartellone, sembravano strani frutti pelosi con un picciolo nudo e rosato.
Viste di fronte invece, rivelavano un paio di occhiali rotondi e due paia di occhi spalancati in una sorta di ammirazione stupefatta. In quegli occhi un osservatore attento avrebbe potuto vedere fondali corallini, stelle marine, banchi di pesci colorati, onde alte coperte di spuma, navi pirata, tesori sepolti su isole misteriose, balene e mostri abissali.
Pepita e Guillermo contemplavano estasiati il gigantesco cartello blu del circo Maravilla:
“Il più stupefacente, straordinario, magico Circo Marino del mondo. Dopo i successi di Mar Del Plata, Bahia Blanca, Puerto Santa Cruz, da Buenos Aires a Rio Gallegos, lungo l’intera costa dell’Argentina, arriva nel vostro villaggio di Balneario El Cóndor” recitava la grande scritta stampata in giallo (a parte il nome di Balneario che era stato appiccicato con un ritaglio di carta scritto a mano).
Nel centro del manifesto un essere improbabile metà donna e metà pesce, ammiccava invitante da una vasca trasparente.
-Quanto è bella!
-Oh sì, mi piacerebbe tanto vederla!
-È bella, ma non è vera. Il fatto è che non esiste.
La voce alle loro spalle li fece sobbalzare. Ramon, con il suo passo elastico da uomo vissuto di dodici anni si avvicinò al cartellone e indicò la donna-pesce.
-Per prima cosa questa qui è finta- mise il dito sulla coda premendovelo con una certa energia.
-Secondariamente è impossibile che riesca a respirare sott’acqua. Deve esserci di sicuro qualche tubicino trasparente collegato alla superficie.
I visi dei due bambini si volsero al nuovo venuto e per un attimo una nube di delusione oscurò la luce che brillava loro negli occhi.
-In ogni caso, se vi interessa, mi hanno regalato questi tre biglietti. Bisogna grattare qui e se hai vinto entri gratis.
La luce tornò ad accendersi nelle due paia di occhi che fissarono con rispetto la patina argentata dei tre magici pezzetti di carta. Avrebbero potuto essere i loro passaporti per la felicità.
Con dita titubanti Pepita ne prese uno e Guillermo fece altrettanto. Ramon tirò fuori dalla tasca una moneta e appoggiatosi sul muretto di pietra, lì accanto, cominciò lentamente a grattare la superficie luminescente. Una polvere lunare si sparse nell’aria e la scritta “Non hai vinto” emerse, maligna, da sotto la vernice.
Riprovarono con il secondo biglietto.
-Fa piano- sussurrò Guillermo chiudendosi gli occhi con le dita –sennò finisce tutto subito!
Di nuovo la stessa scritta si presentò, ostile, sullo sfondo. Non rimaneva che un’ultima possibilità. Pepita sporse il proprio tesoro con riluttanza , come se dovesse metterlo sotto la ghigliottina.
Due secondi dopo un grosso “Non” nero emerse, minaccioso sotto i piccoli trucioli argentati. Ramon appoggiò la moneta sul muro e sospirò.
-Niente da fare.
-Forse c’è scritto “Non hai perso”- ipotizzò Guillermo speranzoso. Ramon lo guardò con commiserazione.
Non restava che mettere mano agli spiccioli e raggranellare i dodici pesos a testa per l’ingresso. Avrebbe prosciugato i loro risparmi, ma ne sarebbe valsa la pena.
Pur frugando fino in fondo alle tasche, tuttavia, non riuscirono a ottenere che venticinque pesos e tre centavos. Due biglietti e un pacchetto di noccioline.
Tirarono a sorte e Ramon e Pepita furono i fortunati.

L’odore, nel tendone, era quello di pesce in salamoia, alghe e caramello. L’aria era calda e vagamente appiccicosa di zucchero filato. Una folla multicolore si assiepava sulle gradinate. Inservienti in divisa blu e bottoni dorati si affaccendavano dentro e fuori le quinte trasportando involucri misteriosi.
Ramon e Pepita presero posto in prima fila, pigiati tra un grassone sudato e un bambino che non smetteva di sgranocchiare semi di zucca e sputacchiare le bucce sulle scarpe dei vicini.
Lo spettacolo stava per cominciare, quando anche Guillermo si infilò come un’acciuga sulla panca accanto ai suoi amici. Al loro sguardo interrogativo estrasse dal cappello, trionfante come un prestigiatore, il biglietto grattato solo a metà. La scritta “Non riesci a crederci, vero? HAI VINTO!” con le ultime lettere in inchiostro dorato, brillava sotto le luci della ribalta, raggiante quanto il suo sorriso.
Poi partirono le luci soffuse. Su una musica morbida come seta rosa il direttore del circo Maravilla, in cilindro e giacca a coda, si materializzò al centro della pista a presentare le straordinarie attrazioni dell’arena.
Il primo fu il numero delle foche giocoliere con palle multicolori e clavette dorate che si libravano nell’aria sui musi baffuti.
Da lì in avanti il sogno straordinario si dipanò attraverso le terre dello stupore. Tuffatori scintillanti che volavano in vasche microscopiche come angeli senza ali da piattaforme lassù, proprio in cima al tendone, così in alto da sfiorarne la sommità con la testa, così in alto da riuscire a vederli a mala pena, così in alto da far venire la pelle d’oca alta un centimetro.
E uomini imprigionati in catene e lucchetti, chiusi in un sacco e calati in vasche d’acqua dalle quali uscivano magicamente liberi. E ancora l’ultimo esemplare esistente di balena assassina delle Galapagos, magistralmente imbalsamata dai migliori tassidermisti argentini.
Fu solo alla fine che giunse lei, introdotta da un rullo di tamburi che tese l’aria come una membrana pronta a lacerarsi. Splendente nelle sue squame di pesce argentee dai riflessi di cobalto, i lunghi capelli biondi fluttuanti come alghe tra bollicine leggere che si levavano in sbuffi nell’acqua verde. Pepita si alzò in piedi battendo le mani per lo stupore e Guillermo spalancò la bocca come se tenerla chiusa fosse stato impensabile davanti a tanta bellezza. Non udirono nemmeno le parole di Ramon che giungevano alle loro orecchie come da un luogo incommensurabilmente lontano:
-Si capisce benissimo che quello è un costume. Si vede la cerniera fin da qua.
Il sipario blu si chiuse troppo presto davanti ai loro occhi rapiti. Avrebbero dato qualunque cosa per poterla guardare di nuovo.
-Per forza- fu l’acre commento di Ramon -deve pur respirare.
Quando le luci si accesero e gli artisti sfilarono sulla pista in un girotondo di commiato la videro ancora, ma fu solo per un breve attimo. Poi tutto si spense e le ali del tendone si aprirono in un abbraccio al contrario.
Fuori, ogni cosa, come ci si poteva aspettare, era rimasta uguale a se stessa.
Il faro, il mare, l’altipiano spoglio e desolato si preparavano ad accogliere come ogni sera le ombre della notte.
Non rimaneva che salutarsi e tornare a casa.
Guillermo si pulì le lenti degli occhiali con il fazzoletto e con quel gesto si accorse di non avere più in tasca il suo biglietto. Forse lo aveva dimenticato dentro e lui ci teneva a serbarlo come ricordo della magia dello spettacolo. Tornò indietro e lo trovò proprio dove si erano seduti. Lo prese tra le dita, ma un alito di corrente glielo fece volare al di là dell’uscita degli artisti.
Lui lo seguì, ben determinato a non farselo sfuggire, e si trovò all’aperto, dall’altra parte del tendone.
Di fronte a lui il mare lo investì con una folata di vento freddo e salato. Onde verdissime, sabbia, la scogliera. Non aveva mai visto niente di così bello.
E lì, nella vasca, c’era lei, girata di spalle, avvolta nella luce morbida del tramonto.
Guillermo la vide portare le dita rosa di corallo dietro la schiena ad afferrare qualcosa. Qualcosa di metallico, qualcosa che assomigliava incredibilmente ad una cerniera.
Poi la sirena incominciò a sfilarsi il costume. L’estremità della coda prese a galleggiare nell’acqua come una pelle di serpente.
Egli chiuse gli occhi e pregò che non fosse vero.
-Questo costume non mi lascia respirare- parole melodiose come onde che si infrangono contro la scogliera. Come un sogno che va in frantumi.
Lì vicino il direttore del circo senza la giacca a coda sembrava un giovanotto simpatico con le guance ancora imbellettate di rosso.
-Il costume ci vuole. Non vorrai farti vedere nuda. Se la gente scopre…
-Ssst.
Guillermo sentì lo schiocco di un bacio e aprì un occhio.
-Sei bellissima.
Il direttore teneva la creatura sollevata per la vita, sporgendola dalla vasca. Lei lo abbracciava con le mani opalescenti e intanto agitava su e giù, su e giù, lentamente, una delicata coda di pesce, rosata e lucente. Così diversa dal costume che galleggiava mollemente lì accanto, pensò Guillermo, così diafana.
Poi si voltò verso Guillermo. Il sole le illuminava il viso felice. Sbatté le palpebre abbagliata. Anche lui era accecato dai riflessi fulgenti dell’acqua, dal sorriso di lei, dalle sue squame opalescenti. Gli sembrò che lei mandasse un bacio, o forse un soffio nella sua direzione. Sentì distintamente un refolo di vento salmastro accarezzargli il viso.
Indietreggiò di un passo.
Non riuscì a far altro che sventolare debolmente il suo biglietto.
Le parole “HAI VINTO” sfolgoravano come fiamme dorate nel sole del tramonto.
 

I PENSIERI DI EUGENIO - ovvero: Mestiere dell’Essere, Corine Féline

 

son qui arrotolato su questa rete mi giro di qua mi giro di là abbiate pazienza ho le idee arruffate forse sbaglio i congiuntivi non sono tanto logico e poi l’umore mi sbalzella un po’

dice ma non è mica un mestiere il tuo. non è un mestiere? provate voi ogni minuto ora dopo ora nei giorni mese su mese per anni tutta la vita provate voi poi mi dite

io ho la mia opinione. mestiere non è quello che uno fa per quattro spiccioli carta inutile persino a fasciarci due fette di salame. mestiere è fatica mossa dalla passione. io lo faccio con passione e duro fatica

eh sì che dura è dura. scogli aguzzi che non sai dove posar la testa o t’intontisce il vento o ti cuoce il sole mangiare non molto più lische che pesce e ormai quasi tossico pochi amici ognuno per sé quattro parole che sul mare non serve mica parlare tanto e poi un colore solo l’azzurro sì però sfuma in mille toni diversi dal grigio al ramarro dal blu notte al fucsia mattino

cosa volete che vi dica è più forte di me è stata la prima cosa che ho visto quando ho aperto gli occhi il primo odore che ho sentito non potrei vivere senza è la mia vera madre il mare

mi ricordo quand’ero piccolo che tutto era gioco legnetti conchiglie alghe cianciucate vecchi sugheri le corde le onde maligne sempre in agguato. ora guardo tutto più da lontano le penso le cose più che farle le osservo me le riscrivo dentro le dipingo d’Amore

perché è amore il mare vita prima di nascere lontananza e profondità combattimento e solitudine eterno tornare viva pittura lenta corrosione dell’anima spumeggiare di rime aroma di rive lame di sole negli occhi amaro rimescolareee viveeere verdastro eee fareee eee rifareee eee disfareee il raccontareee eee ancora spumeeeggiare comeee una malattia la marattia del maleeee eee eee eee

e m’eeero appisolato avvoltolato sui miei pensieri a volte mi capita ma dov’ero rimasto? ah sì volevo dirvi questo. mio cugino Gianluigi che è sempre stato più pratico di me sta in città e mi dice di andare da lui pare che lì sì che si lavora bene ti danno una cassetta (ma forse si scrive con un’esse sola non so) con una manopola che fa caldo e fa fresco ci devi star sempre dentro il lavoro consiste nello spostarsi da un divano a una poltrona a un sofà tutto il santo giorno e la santissima notte. pare ci sia anche una finestra colorata sul nulla che sbraita a tutte l’ore. reallitisciò o come si chiama. ma è vita che si può fare? si può far la cacca in una cassetta? qui c’è un mondo di sabbia altrochè granelli profumati. lui insiste che la paghetta è buona che c’è un baule chiamato fregoriffo pieno zeppo di soffici bocconcini e crostini croccanti in più qualche carezza ogni tanto. gli ho detto tanto per cominciare sulle carezze che mani come quelle di Battin u pescou non ce n’è che ogni mattina che è ancora buio vien giù mi dice Ravattu mi spettina tutto. le sue dita sanno di un buono che mio cugino non può neanche immaginarselo intontito com’è di saponette e deodori della sua casetta cassetta non c’ha più il naso quello lì ve lo dico io. poi riguardo a bocconcini crostini io gli avanzi di bughe e anciue che mi allungano le nonne di qua non le scambio per niente al mondo ve lo giuro

ahhhhhhhhhh<--------------------------------------------------->hhhhhhhhhha
bisogna pur stirarsi ogni tanto no?

certo qui non c’è proprio un contratto si è un po’ esposti a tutti i venti. precari come si dice oggi ma vuoi mettere? gatto libero amerai sempre il mare deve aver detto qualcuno. vento per vento preferisco il libeccio furioso sfrenato su uno scoglio che devi tenerti con le unghie sennò ti porta via all’ariaccia immobile e asfissiante d’un radiatore centralizzato

a me mi piace la poesia l’avete capito ma devo dir la verità non tanto quella che va a capo nera su bianco roba da topi di biblioteca mi piace quella dipinta dalla sera tutte le sere frecce urlanti di rondoni capitomboli giallo mormorio brillante della luna lana fumosa al largo sangue sprimacciato della musica tramonto luce che scivola piano nel non esserci più e occhi che brillano nel nero miracolo notte

e soprattutto mi piace l’Alba la pigra inarrestabile maculata profumata Alba ogni giorno diversa e sempre più bella con quella nuvoletta di pelo tigrato gli occhioni color sole che si sveglia e i baffi di blu che s’incendia all’ingiù. io impazzisco per l’Alba. è la gattina del davanzale del cinque non so chi ci abita ma lei è lì e mi guarda e io non capisco più niente. ogni tanto la fanno uscire e allora ne facciamo di tutti i colori non vi sto a raccontare

ma adesso a furia di pensar di parlare c’ho la lingua secca e devo leccarmi un po’ è inutile vi dica cosa si prova a leccarsi non capireste è un lavoro anche questo ma meraviglioso irrinunciabile. leccarsi sul mare poi è la fine del mondo è assaporare l’infinito. sale e sole impolverano il pelo di un gusto che non si può imparolare è cosa sacra pulita e non si deve sporcarla d’inchiostro è il senso il gusto della vita slslslslslslsl lslslslslslslsl frlflrfrlflrfrlflrfrl arlsarlsasrlasrl

e le onde le avete mai guardate? io a volte mi metto lì all’ombra di Rattin la barca che mi piace di più perché è color topo e profuma di polpo con gli occhi semichiusi e le guardo gli do un nome. c’è noemi l’onda del va e vieni marilù quella che non torna più guendalina la più piccina marcantona la cicciona filomena quella piena e carlotta quella rotta margherita la scipita maristella la più bella genoveffa che sbuffa e annuzza che sprizza

e come sprizza e sbuffa la pioggia sul mare! non è la cosa più sana del mondo? ogni stilla è una canzone di scintille come un moltiplicarsi di pani e pesci e gli scogli sono bronzi lucenti la sabbia è un inferno inzuppato la tavola d’acqua è una cento mille ruote che stritullano la pioggia è la musica dell’aldilà è la goccia che fa traboccare il mare è la gioia giallo-dolciastra al becco dell’albatro è una cosa da starci davanti per ore. questo sì che è un reallitisciok!

rgrgrgrfrfrfdddddrrrfffccrrccrrccrrccgrgrgrgggggfffszszszszsgfrgfrgfrgfr
(scusate ma è passato Battin e ci siamo fatti due coccole e due cêti)

però una cosa scema sul mare c’è (oltre agli uomini. ma delle pance molli al sole non parlo neanche) i cani. come matti a spomparsi su e giù per il bagnasciuga dentro l’acqua fino alle orecchie floscie ma son bestie quelle? patetici ridicoli grondanti col loro sasso in bocca non lavorano loro non conoscono che l’inutile gioco perditempo proprio come i loro padroni

i bambini no loro mi piacciono mi diverte vederli lo stupore negli occhi il rame sulla pelle le manine a frugare sabbia o ciotoli. son come piccoli gatti i bambini non ci si stancherebbe mai di starli a guardare

certe volte mi chiedo che mestiere farei se non fossi un Gatto di Mare. l’importante è che sia un lavoro non pagato (per me mare e denaro sono due entità inconciliabili non si può mica parlar di palanche all’infinito) per esempio potrei essere

tuffatore di sogni stantii raccoglitore di frasi bagnate perforatore di salvagenti inutili fabbro di corazze coralle dimenticatore di fidanzati per ragazze a finevacanza rammendatore di promesse da marinaio seminatore di frutti tra i flutti o di patate salate per polpi sconditi ascoltatore di rumore di cordami di vele lettore di fiabe di sabbia che ogni onda gli gira una pagina suggeritore di colori quando il mare non sa che vestito mettersi consolatore di spiagge maltrattate incantatore di schiume intonatore di cori di gabbiani. prosciugatore di vasi comunicanti dipinti o di pianti su visi incomunicanti

mah se fossi un uomo credo proprio che scriverei un racconto in cui c’è un gatto di mare che si immagina di essere un uomo che scrive di un gatto… e quel racconto magari si chiuderebbe così alla fine decise di andarsene si disse che finché si ha qualcosa non lo si conosce davvero così andò lontano sulle montagne e cambiò ancora mestiere diventò ricordatore di sentimenti liquidi e quando morì solo e immenso si sentì un debole incancellabile rumore come un’ostinata conchiglia in cerca d’un orecchio che non arriverà

no credete a me. guardare sniffare masticare amare il mare è davvero un mestiere. il più bello che c’è. il mestiere di essere. essere vasti e diversi. con un abisso pieno dentro e un cielo vuoto intorno è davvero affondare le unghie nell’immensità della vita in movimento

dico scemenze? mah se ne sentono tante due più due meno che fa? ma adesso vi saluto… devo andare… sta arrivando l’Alba…
la mmmiiiaaa Albaaaa
miiiiiaoooooo miaaaaooo mmmmiau smaciuuuuu mmmmmaaao
 

FRAGOLE D’AGOSTO, Angelo Collina

Avrò avuto otto anni.
Forse nove, al massimo.
Di sicuro non avevo raggiunto il punto di non ritorno, la quasi irrimediabile doppia cifra.
D’agosto, al mare con i parenti, scontato.
Pensione familiare, otto sveglia, nove in spiaggia, undici bagnetto – oggi no, tesoro, c’è bandiera rossa, ma come? appena due impercettibili spume d’onda e quelli mettono bandiera rossa? – undici e mezzo merendina, dodici e mezzo su preparati che si va a pranzo, poi odioso e inutile pisolino, alle quattro di nuovo in spiaggia, cinque altro bagnetto cinque e mezzo gelatino – non col cioccolato che ti vengono i brufoli, ma guardatevi voi che state tutto il giorno su quel lettino come balene arenate che a sera avete le striature sulla schiena – sette cena otto e mezzo passeggiatina se fai il bravo gelatino più sala giochi, mezzanotte a nanna, cenerentolino mio.
Quell’anno, però…

Seduto sulla sabbia col ridicolo cappellino a contare le biglie – dannazione, che fine ha fatto quella violetta? non è che l’ho persa? disastro! – d’un tratto mi giunge la voce.
Mi volto, lo vedo, l’ometto vestito di bianco, cappello di paglia e teca gigante a tracolla, quello della frutta candita infilata negli stecchi di legno, oh mamma, al posto del gelato posso avere un soldino, solo per oggi, stasera prometto mangerò l’intera bistecca!
Come dire di no, se faccio lo sguardo da bimbo perbene?
Come il fulmine arrivo nei pressi del signore abbronzato, appena una frazione di secondo prima di una graziosa bimbetta dai neri capelli a caschetto, il buon commerciante è in impasse, siamo davvero sul filo di lana, ma da gran venditore qual è sorride e prorompe: “Che volete di buono, ragazzi?”
Ero piccolo, ancora, ma già avevo sentito parlare dai grandi di un dovere riservato ai maschietti, la galanteria, così strinsi i denti, incrociai le braccia dietro la schiena col soldino sudato schiacciato tra i polpastrelli, e dissi con tremula voce: “prego, bambina, scegli pure per prima!”
La vigliacca mi sceglie la fragola.
Ce n’era rimasta una soltanto, poi deliri di prugne di tutti i colori.
Scusate, adesso son grande e m’hanno spiegato che le fragole, ad agosto, son rare; ma allora, sciocchino, pensavo: “perché ne fan tanti alla prugna, che poi rimangono, nessuno li vuole, oltretutto son tristi a vedersi, non per niente le prugne son nemiche della costipazione, ne facessero centocinquanta tutti alla fragola, diamine!”
La bimbetta, depositato il soldino nella mano pelosa e vorace dell’uomo, fa per tornare…d’improvviso si volta, mi guarda, sorride, e sussurra con vocetta flautata: “non è che la volevi per caso tu, la fragola?”
“No no, scherzi, sì, certo, mi piace molto la fragola, ma oggi avevo proprio una gran voglia di prugna!”
“Dai, perché non vieni nel mio ombrellone, che ti faccio vedere la mia collezione di biglie?”
Ne aveva tre violette.
L’avevo sentito dire un giorno al telegiornale, in città.
Chi tanto, chi niente, le sperequazioni della moderna civiltà.
Ora le toccavo con mano.

Il giorno seguente, alla medesima ora, ritorna l’ometto, stessa scena, prometto d’estinguere un’altra bistecca, alla mamma ridono gli occhi – mai successo, davvero, a casa per mangiare la carne lo devo lisciare per ore – novello soldino, a razzo verso la teca, stavolta son primo con stacco, la bimba arranca ma non ce la può fare, una volta mi freghi, due volte, ragazza, stai fresca!
Oggi, fragole come se piovesse.
“Mi dispiace per te – dice lei – oggi di prugne nemmeno uno stecco, dovrai accontentarti!”
Spiritosa, ma abbozzo: “bè, oggi fortunatamente avevo proprio voglia di fragola!”
Son timido come una volpe ferita, ma quella volta riuscii a balbettare: “perché oggi non vieni tu al mio, di ombrellone?”
Passarono i giorni, per l’esattezza due settimane, il sant’uomo prese a tenerci da parte due file di fragole, nascondendole nel doppio fondo del paradisiaco contenitore, e noi felici a mangiarle, con i baffi di zucchero, oggi tu al mio ombrellone domani io al tuo…finché lei partì, portandosi tutte le biglie, per tornare in città.
Io invece rimasi, un’altra settimana coi granelli di sabbia infilati dovunque, a giocare da solo, a mangiar merendine e gelati, basta frutta candita, l’omino si fece di nebbia, e la mamma dovette riprendere le lotte mortali all’ora di cena, le bistecche tornavan di nuovo desolate al mittente…e finalmente anche noi finimmo le ferie.

Adesso sei qui, sul divano, le gambe appoggiate alla seggiola e la luce che filtra gentile dalle righe della tapparella, di fianco a me, timido come volpe ferita, ma con te son guarito, o almeno, va ammesso, migliorato parecchio, da quel giorno in città alla fermata del bus, che t’ho vista, m’hai visto, scusami tanto, forse sbaglio, mi ricordi qualcuno, ma sì, certamente, eravamo bambini, al mare, d’agosto, le biglie, le fragole, ti ricordi?
Poi salimmo sul mezzo, l’autista sorrise, che faccia simpatica, è lui, non v’è dubbio, il taglio degli occhi non mente, è l’ometto degli stecchi canditi, che da allora, tesoro, ogni giorno, veramente ogni giorno, bussa alla porta della nostra casa di sposi a portare due file di fragole rosse, e le prugne le mangino gli altri…
 

LA STAGIONE DELL’AMORE, Alberto Schiavone

 

La capricciosa va al tavolo sette. Due birre al dodici. Mi porta il sale? Certo.
Io la stagione ed il mare e l’estate le ho sempre pensate come un’entità che apparteneva soltanto ai mesi di Luglio e Agosto, quasi avessero l’esclusiva delle vacanze.
Quando a Marzo ho telefonato a questo amico di un amico che conosceva un amico, mi sono sentito dire che avrei potuto iniziare anche subito, dai primi di Aprile.
Così ho scoperto che la Pasqua rappresenta non solo tutto quello che rappresenta ai livelli più alti del nostro pensiero ( le uova, le colombe, l’agnello, il ponte pasquale ) ma è pure il botto d’avvio della stagione estiva. Come un elastico, infatti, la stagione viene tirata da Aprile, e tira tira la si riesce a far arrivare a fine Settembre, tempo permettendo.
Così adesso è fine Giugno, già tre mesi si fanno sentire nelle gambe, e già mi trovo nella situazione imbarazzante di dover fare stretching prima di attaccare il servizio.
Come novello atleta mi appoggio alle panche del locale e tendo prima una poi l’altra gamba, ripeto il gesto due o tre volte e quando riesco a convincermi di essere in grande forma per la serata, entro.
Attacco alle sei di sera, preparo la sala, poi si mangia, poi arrivano i primi clienti mentre tu bevi il caffé, quindi è tutta una bella tirata fino alle cinque della mattina ( dire del giorno dopo mette tristezza, pare di lavorare di più, l’ho imparato verso Maggio ).
Adesso Giugno finisce, gli esperti della stagione qui non mancano, ognuno ha la sua competenza, alcuni anche due o tre, tutti sono immancabilmente grandi conquistatori, of course, e tutti ci tengono ad avvisarmi che da ora fino alla fine di Agosto sarà “apnea”. Il termine rende davvero bene quello che succede, infatti ogni sera i clienti iniziano ad aumentare, le cinque non contengono più il servizio, vado a dormire che i bar per famiglie sono già tutti aperti e servono cappuccini. Di buono c’è che mi posso comprare il giornale, giusto per riuscire a capire che cosa succede al di fuori del mio triangolo, rappresentato dal locale dove lavoro, il bar dove faccio colazione, l’albergo dove dormo ( stanzetta tre per tre nel sottointerrato, buona sistemazione, anche il bagno; in comune ).
Sono due o tre giorni però che questo triangolo cerco di sventrarlo e allargarlo, almeno aggiungerci un lato. Sono due o tre giorni che mentre io mi avvio con passo stanco verso il letto, incrocio per la stradina dell’albergo una ragazza meravigliosa, che quasi mi fa dimenticare la stanchezza della nottata e mi sveglia. Così sono due o tre giorni che sono costretto a tornare nel letto e pensare a lei, al suo passo veloce ed elegante, quei bei capelli lunghi, il viso gentile.
La sera poi mi sveglio con la febbre, quella del sentimento, e sono costretto a lavorare con un compagno distratto, me stesso, il che non aiuta.
Sono due o tre giorni poi che la mattina guardo l’orologio, e se non sono le sei e un quarto, l’ora in cui lei passa per quella stradina, io me ne rimango dietro l’angolo e fumo una sigaretta ( ieri due), aspettando come un ladro. Magari mi appoggio un po’ al cancello dell’albergo Aurora, tanto per riposare le gambe. Quando tra le sbarre intravedo lei spuntare dal fondo allora salto su e mi avvio, spero che almeno oggi lei si volti accenni un sorriso forse un ciao. Niente. Tira dritto, e a me passa il sonno.
Io l’ho capito che lei lavora in qualche posto lì vicino, data l’ora può essere un bar o un albergo, non c’è molto da indovinare, in fondo qui nella riviera, durante la stagione, siamo tutti colleghi.
Ho ideato così un piano infallibile. Io l’aspetto. Lei passa. Io la seguo. Facile.
Allora l’ho seguita e lei mi ha condotto fino all’albergo Villa Ida, un tre stelle, l’ho vista entrare e salutare il portiere, poi scomparire nell’ascensore. Ho atteso qualche minuto sperando di vederla tornare, invece è venuto solo il portiere che sbadigliava e aspettava evidentemente il cambio di turno, prima di andare anche lui a letto.
Il giorno dopo le ho voluto dare un segnale, ho indossato la maglia del mio locale e quando ci siamo incrociati ho insistito nel guardarla e passarle più vicino possibile, che leggesse il nome del locale e chissà, magari mi avrebbe seguito pure lei.
Ma si ripeteva invece la solita scena. Io aspetto all’angolo, la vedo arrivare, lei passa, io non dormo.
Una mattina ho deciso di passare all’azione, come si dice, e mentre lei mi veniva incontro ho rallentato il passo e finto di cercare qualcosa nelle tasche. Quando mi è arrivata a portata di voce le ho rivolto la parola.
-Hai da accendere?
-Si.
-Vai a lavorare?
-Si.
-Lavori qua vicino?
-Si.
-Anch’io.
-Ah. Ciao.
E ha proseguito nella sua camminata verso l’albergo, io sono rimasto lì fermo fino a che non è diventata una macchiolina in fondo alla strada, fino a che è passato un furgone e mi ha suonato di scansarmi.
Dovevo risolvere la faccenda, tanto più che a lavoro il mio collega distratto stava avendo la meglio su quello efficiente. E dove hai la testa, e stai più attento, ti vedo moscio. Il capo non trovava spazio per il sentimento, d’altronde io non lo avevo messo al corrente dei miei balzi amorosi, e lui guardava la cassa, metro di giudizio inequivocabile per quanto riguarda il lavoro.
Risolsi la faccenda la mattina dopo. La fermai, le feci notare che questa volta l’accendino lo avevo, le proposi di accompagnarla fino all’albergo.
-Perché no?
Si chiamava Irina, veniva da un paesino vicino a Bucarest e faceva le pulizie nelle camere. Tutti gli anni veniva per tre mesi in riviera, per arrotondare, fare qualche denaro. Il resto dell’anno lo passava a Milano, tirando a campare.
Divenne un appuntamento fisso. Io l’aspettavo, lei arrivava, camminavamo piano verso l’albergo, poi ci salutavamo con un semplice ciao, di fronte al cancello. Riuscii anche a vedere cosa c’era sotto quegli occhiali scuri, perdendomi in due occhi neri e selvatici.
Le proposi di venirmi a trovare al locale e lei passò la sera stessa con una collega, calabrese, che puliva le camere nello stesso albergo. Mangiarono pizza e una birra, rimasero un altro poco ad ascoltare la musica, bevvero due tequila che riuscii ad offrire, quindi se ne andarono.
-Ci vediamo dopo, allora.
Quella semplice frase mi risuonava nel cervello, lei aveva dato per certo il nostro appuntamento mattutino, e lo aveva dato per certo e forse anche piacevole. Per me ci vediamo dopo poteva significare tra due ore, tra un mese e per tutta la vita, ero innamorato di Irina, e non potevo farci nulla.
Queste faccende vanno così. Senza che le parole costruiscano il superfluo, ci accordammo per ricavare i nostri due metri quadrati, spazio esclusivo e intimo che non avremmo confessato a nessun altro. Ricavare due metri quadrati in riviera è dura, specie per chi lavora, specie per chi come noi lavorava specularmente.
Iniziai ad odiare i clienti che arrivavano tardi, quelli che non se ne volevano andare, quelli che la tiravano lunga. Qualche volta mi scoprii a trattarli male, loro non potevano capire quanto i minuti fossero importanti per me. Il capo mi diceva di non esagerare, che tanto mi ero già fatto dieci ore, cosa me ne poteva fregare di rimanere una mezz’ora in più. Nemmeno lui poteva capire.
Appena liquidavo il lavoro correvo verso i nostri due metri quadrati, era il ripostiglio dell’albergo di Irina, dove ci tenevano le scope e i prodotti per lavare. Lei si era messa d’accordo con la collega, e riusciva a restare con me anche più di mezz’ora, anche un’ora, una mattina. Ma non mi riuscivo ad accontentare. Facevamo l’amore sugli scaffali, appoggiati alla scala, ma senza frenesia, era un momento esclusivo e soltanto nostro, che volevamo goderci in tutta la sua interezza. Io le dicevo che a Settembre avremmo potuto dormire insieme, avremmo potuto fare l’amore come si deve, senza l’odore di ammoniaca, senza doversi chiudere a chiave, senza dover avvisare la collega.
Ovviamente Irina ricambiava questo favore lasciando andar via un’ora prima la calabrese, che aveva una tresca con non so chi.
Io le sussurravo il mio amore e prima di uscire dallo sgabuzzino controllavo il corridoio, valutavo la distanza fino al cortile ed una volta avuto il via libera rientravo per un secondo e la baciavo, un saluto silenzioso prima di scappare come un ladro. Stavamo rubando amore. Anzi, io stavo rubando amore. Lei stava rubando me.
Adesso è Settembre, la stagione volge al termine, ogni tanto piove e ormai da qualche giorno viene sempre qualcuno a salutare.
-Ci vediamo l’anno prossimo!
Si dice sempre così. Hanno finito, e la contentezza si mischia alla malinconia.
Io rimango fino alla fine del mese. Irina è andata via. Ho avuto finalmente un giorno libero e le ho detto che saremmo potuti stare insieme, per davvero, senza l’odore di ammoniaca addosso. Siamo stati una giornata intera chiusi nella mia stanzetta, chiusi a fare l’amore e percorrerci piano piano. Abbiamo anche dormito, giocato, poi sono arrivate le parole e con le parole sono uscite fuori anche le verità e le verità erano un marito e due figli nel paesino vicino a Bucarest, la verità era che a Novembre si sarebbero ricongiunti e che io ero stato una parentesi.
Rimasi in silenzio a guardarla uscire dalla stanza, cercai di piangere ma non lo feci, guardavo la porta chiusa e poi ascoltavo l’odore nelle lenzuola. Ragionai, per quanto possibile. Mi sforzai di ragionare.
Presi le lenzuola e le misi a lavare, feci una doccia fredda e silenziosa e andai a lavorare sorridendo, riascoltando nella testa le parole di Irina, che non era più la mia Irina, ma lo era stata per il tempo che volevamo non rimanere soli.
È finito Settembre. Al telefono Lisa mi ha chiesto quando torno. Le ho risposto tra due giorni. Lei mi ha detto finalmente. La stagione era finita.
 

AL MARE CON LA CINQUECENTO, Silvana Servetti

C’era una volta l’estate degli anni sessanta. L’estate delle cinquecento e dei piemontesi che scoprivano il piacere della domenica al mare.
Fino ad allora le vacanze erano state cose da ricchi ma, la mitica cinquecento, sdoganò finalmente la classe meno abbiente, dando a tutti la possibilità di spostarsi. Più che una gita al mare pareva un vero e proprio trasloco con appresso tutto il necessario per una forzata sopravvivenza nella giungla amazzonica. Inimmaginabile le cose che si riusciva a fare entrare nell’abitacolo angusto di una cinquecento! Si caricava tutto ciò che era materialmente trasportabile.
Il piemontese si distingueva perché stava al mare esattamente come le foche stanno al deserto africano.
Arrivava in spiaggia con sandali e calzini, carico di borse, ombrellone sottobraccio, ciambella salvagente appesa al collo e… bianco come uno straccio.
Dopo circa mezz’ora era già rosso come un gambero, si spostava sulla sabbia saltellando come una scimmia impazzita, e passava il resto della giornata all’ombra dell’ombrellone a spalmarsi lozioni e con una maglia di cotone sulle spalle.
Il vero spettacolo, però, arrivava a mezzogiorno quando si aprivano le borse da cui usciva ogni genere di vivande. Sembrava che tutto quello che la generazione del precorso periodo bellico non aveva potuto mangiare, dovesse essere consumato da chi quella guerra non l’aveva fatta. Sotto il solleone robuste contadine ingozzavano i loro figli ne più e ne meno di come a casa ingozzavano i loro tacchini. L’unica differenza era che per i tacchini l’agonia finiva a Natale mentre per i figli, no. La mamma piemontese, se il figlio era al di sotto dei cento chili, si metteva in allarme perché lo considerava a rischio di deperimento organico.
Noi partivamo da Asti appena spuntava l’alba.
Io sedevo dietro, sepolto da un ammasso di roba, la più inutile che si possa immaginare di portare in spiaggia, ma non si partiva tranquilli se, a tutto il resto, non si aggiungeva all’ultimo minuto, qualcosa che mai e poi mai si sarebbe usato, e il termometro per misurare la febbre era una di quelle. Ancora oggi mi è rimasto il terribile dubbio se, nel malaugurato caso mi si fosse alzata la temperatura, mi avrebbero buttato a mare, o riportato a casa.
Comunque, finite le grandi manovre di caricamento bagaglio, finalmente si partiva. Papà stringeva il volante e da quel preciso momento diventava un sorvegliato speciale. La vera guida spettava alla mamma che, pur non avendo la patente, gli dava ogni momento imperativi ordini di svoltare a destra, di fermarsi allo stop o dare la precedenza. E quando lui, in un momento di comprensibile debolezza umana, spingeva quel bolide che era la nostra scassata cinquecento, ai settanta orari, lei, tassandolo di incosciente spericolato, lo riportava ad un massimo di cinquanta. Ricordo ancora la vergogna che provai quando la prima volta che imboccammo l’autostrada mamma tentò di contrattare col casellante il prezzo del biglietto, che a lei pareva esorbitante. Mia madre, al mercato del Giovedì, era abituata a contrattare su tutto, quindi decisa a non demordere, nonostante dietro di noi molti clacson dessero segni di impazienza, iniziò col casellante una vera e propria battaglia all’ultimo spicciolo. Alla fine, in un disperato tentativo di averla vinta, tirò fuori il suo asso nella manica dicendo che si stava andando a trovare una sua sorella che stava morendo. Difficile dirsi perché quel tipo non se la bevve. Forse perchè dal finestrino spuntava l’ombrellone, o perché avevo già il salvagente al collo, o forse insospettito dagli allegri cappellini di paglia di cui tutti e tre eravamo equipaggiati, fatto sta che, del tutto indifferente al tragico accadimento enunciato, ci lasciò passare solo dopo avere pagato regolare pedaggio. Cento metri dopo mi arrivò un sonoro scappellotto:- Colpa tua, se non l’ha bevuta! – mi disse la mamma- Ti avevo detto di non gonfiare il salvagente fino a che non fossimo arrivati-
Fu l’unica sconfitta che incassò mia madre in tutta la sua vita e per il resto dei suoi giorni considerò il prezzo dell’autostrada una vera e propria rapina. Nessuno riuscì mai a convincerla che quegli spiccioli non finissero nelle tasche dei casellanti, sprecati in donnacce o bicchieri di vino. Quell’ingiusto e forzato esproprio di denaro le fece prendere la decisione di farmi studiare da avvocato per mandare in galera tutti i casellanti di questo mondo.
L’estate del 1961 facevo seconda ginnasio e fu la prima volta che mi innamorai.
Si chiamava Miriana, aveva capelli lunghi e biondi e due occhi azzurri in cui mi sembrò di trovare tutto il cielo dell’universo. Aiutava suo padre che vendeva fette d’anguria sulla passeggiata, proprio vicino alla scaletta che scendeva alla spiaggia.
Impensabile domandare a mamma di darmi i soldi per comprarne una fetta e avere così modo di fare la conoscenza di quell’angelo biondo. Il borsellino di mia madre era più inespugnabile del caveau della National Reserve e, dal suo vocabolario, era stato depennato il verbo spendere, compresi relativi sinonimi e affini, mentre risultavano sottolineati i sostantivi: economia, risparmio e parsimonia. Basti pensare che all’inizio d'ogni estate mi faceva rapare a zero per non avere altri soldi da dare al parrucchiere, almeno fino a Natale. Com’era prevedibile quindi, quando le chiesi di darmi cinquanta lire mi liquidò in un attimo: - Se hai fame c’è pane e frittata, è la stessa che mangiare una fetta d’anguria, ti nutre di più e non costa niente-
Naturalmente papà non intervenne. Il ferreo matriarcato vigente in casa gli aveva tolto il diritto di replica lasciandogli solo quello di respirare liberamente, cosa che, devo ammettere, ha sempre fatto senza approfittarsene. Respirava il giusto. Che io ricordi non l’ho mai visto tirare il fiato più del necessario, neppure in occasioni particolari come matrimoni o feste comandate.
Morale: io, con la mia pagnotta di pane e frittata mi limitavo a guardare i fortunati che si alternavano al banco dell’anguria e, mentre dal Juke-box dal bar di fronte Nico Fidenco cantava “Legata a un granello di sabbia” guardavo il mio angelo biondo e sognavo.
Il caso però mi venne in aiuto proprio l’ultima domenica d'Agosto.
Faceva un caldo bestiale eppure già si sentiva che nell’aria qualcosa stava cambiando. C’era quel velo di tristezza che appanna le giornate di fine estate, quando l’euforia dei giochi, dell’acqua e degli ombrelloni, già si prepara a cedere il posto al rimpianto per qualcosa che va via.
Ero, come il solito, appoggiato alla scaletta, quando mi passò davanti un barboncino bianco che si trascinava dietro un lungo guinzaglio di metallo. Istintivamente afferrai il guinzaglio e guardandomi in giro vidi una coppia di anziani che, arrancando faticosamente sulla passeggiata, chiamava l’animale sperando che questo si fermasse.
Fu così che ebbi ben cinquecento lire di mancia.
Era fatta! Andai di filato al banco dell’anguria.
L’emozione però mi tradì e naturalmente, essendo figlio di cotanta madre, feci la mia meschina figura. - Una fetta di zucca pateca- dissi guardandola negli occhi con tutta la passione di cui ero capace.
Lei, guardando la mia testa rapata, si mise a ridere :-La tua non ti basta?-
Sarei voluto sprofondare ma ero già troppo cotto per fare marcia indietro e con la mia fetta di anguria in mano giocai la carta della cinquecento. In casa si era discusso talmente tanto per l’acquisto di quella scatola di latta che mi ero convinto di possedere un genere di lusso non da poco visto che, oltretutto, la tenevamo come un gioiellino . Sempre coperta da un telo, la facevamo uscire solo la domenica e non veniva mai spinta oltre i cinquanta. Era l’orgoglio di famiglia, insomma. Avrei fatto colpo.
- Vedi - le dissi- quella macchina posteggiata laggiù? E’ la mia-
- Beeella!! -disse lei- Tutta gialla come una scatola di lucido da scarpe. E tu…- aggiunse indicandomi con l’indice una strafottente quattro-ruote tirata a lucido- vedi quella spider rossa che le sta vicino Bè, è quella del mio fidanzato-
In un attimo quell’angelo biondo distrusse tutto, e solo l’odio che salì dal mio profondo mi diede il coraggio di ribattere:- Magnifica!- dissi- Si intona perfettamente alle fette di anguria che vendi-
E girando sui tacchi scesi per la scaletta verso la spiaggia.
Nel primo cestino che mi venne a tiro buttai la fetta d’anguria e, cercando di respingere le lacrime che sentivo salire, mi sedetti sotto l’ombrellone consolandomi con pane e frittata. Da una radiolina arrivava la voce di Bruno Martino che cantava: “Odio l’Estate, l’estate che ha creato il nostro amore per farmi poi morire di dolore. Odio l’estate…”
In trenta secondi ero passato dalla passione all’odio più profondo.
Miriana non era più il mio angelo biondo ma solo una qualunque venditrice di angurie. Mai e poi mai l’avrei perdonata!
Era stata troppo crudele con…la mia cinquecento!!!