4° EDIZIONE CONCORSO LETTERARIO ONDA D'ARTE
I RACCONTI VINCITORI
La classifica completa dei racconti partecipanti al Concorso
1° CLASSIFICATO
PAOLA DIGHERO, Genova - Macramè
2° CLASSIFICATO
PAOLA DE STEFANI, Biella - Olga
3° CLASSIFICATO
BENEDETTO MORTOLA, Camogli (Ge) - Il segnalibro
MENZIONI SPECIALI
ANTONIO ANTONELLI, Roma - Biblioteca popolare circolante
FIORELLA DI LORENZO, Milano - Tango a modo mio
MACRAMÉ, Paola Dighero
Avevo riportato dalla
spiaggia quel libro, ma mi pesava trovarmelo in casa: mi dava l’impressione di
conservare indebitamente un segreto.
L’avevo notato sulla bancarella di un robivecchi, nel mercatino che si svolge
una volta al mese sulla passeggiata, a ridosso delle cabine a righe bianche e
azzurre: “Il pizzo al tombolo. Storie di fili e di mani”. Sotto il titolo c’era
la riproduzione di una vecchia cartolina color seppia: “Merlettaie a Santa
Margherita Ligure. 1910”. Alcune donne, giovani e anziane, erano sedute
composte, ciascuna con il proprio tombolo davanti; una bambina dell’età di
cinque o sei anni, con un grembiulino bianco, faceva capolino dietro l’ultima
sedia della fila, sorridendo timida con gli occhi spalancati che, pur
nell’uniformità cromatica della vecchia foto, si indovinavano chiari: azzurri, o
forse grigi.
Incuriosita, avevo iniziato a sfogliare le pagine. Sulla terza di copertina una
breve dedica, senza firma, mi aveva portato indietro di vent’anni, a un’estate
di sole e di vacanza. Immagini nitide avevano cominciato a scorrere davanti ai
miei occhi, come in un film.
Il fatto è, che io sapevo a chi apparteneva quel libro. Sapevo chi l’aveva
comprato, a chi lo aveva regalato, e perché.
* * *
Afa. Bonaccia.
Il mare è immobile, grigio, di una densità piatta come in un quadro a olio
dipinto da una mano poco felice. Su una chiazza blu intenso, delineata dalle
correnti, un piccolo cabinato, le vele tristemente ammainate, procede a motore.
Un gabbiano si alza faticosamente in volo, alla ricerca di un alito di vento che
possa sorreggere la sua planata verso il largo; non lo trova, scende disegnando
una lenta spirale. A un tratto incontra una leggera brezza, risale, aggiusta la
rotta, allarga le ali per sfruttare l’agognato sostegno dell’aria, plana per
alcuni secondi, poi inizia a scendere, vira, si rassegna a battere le ali e
ricomincia da capo.
Dalla spiaggia arrivano suoni attutiti dall’afa, lo sciacquio leggero delle
onde, scampoli di conversazioni pigre, il fastidioso ronzio di un motoscafo che
sfreccia al largo.
Le fronde della palma mi riparano dai raggi spietati del sole ma non dal
riverbero della luce gialla; inforco gli occhiali scuri e mi faccio aria con il
libro. Odio la spiaggia affollata. Detesto andare alla ricerca di un po’ di
spazio per stendere l’asciugamano e incastrarmi come il tassello di un
gigantesco rompicapo in quel tappeto umano di pelle sudata. Così passo i
pomeriggi a leggere, seduta su una panchina della passeggiata, all’ombra delle
palme; aspetto che la spiaggia si svuoti, che i bagnini inizino a chiudere gli
ombrelloni. Allora scendo e mi tuffo nell’acqua tiepida e nella luce rosata del
tramonto, poi mi sdraio sulle pietre calde e ascolto lo schiaffo gentile
dell’onda e lo scricchiolio dei sassolini che rotolano nella risacca: sciafff –
scrrrrr, sciafff – scrrrrr. Il respiro del mare.
“Va ben chì, lalla?” Un giovanotto in tuta da meccanico, alla mia destra, fa
accomodare su una sedia all’ombra una vecchina che sembra uscita da una favola.
“Sci, cao, va ben. Grassie.” La donna sistema un tombolo davanti a sé e rivolge
uno sguardo riconoscente al ragazzo che la saluta allontanandosi. Fissa un
disegno con gli spilli e si mette al lavoro. Clic clic clic, fanno i fuselli di
legno. Osservo affascinata l’antica sapienza di quelle mani rugose che sembrano
volare tra i fili come farfalle.
Clic clic. Un nodo. Clic cli-clic. Un altro nodo.
Da anni non vedo più ricamatrici sulla passeggiata. Il ricordo va alle belle
domeniche di primavera della mia infanzia, quando era frequente imbattersi in
gruppi di merlettaie che lavoravano chiacchierando, mentre sulla spiaggia i loro
uomini riparavano le reti, quasi che le loro vite fossero tenute insieme da una
serie infinita di nodi.
Le chiedo se posso sedermi accanto a lei per osservarla lavorare. Annuisce senza
smettere di annodare, con l’aria di chi è abituato alla curiosità altrui. Negli
archi e trafori della lunga striscia di merletto vedo il soffitto di un palazzo
moresco, il rosone di una cattedrale gotica, la complicata semplicità di un
fiocco di neve. Mi viene da chiedermi in quante case ci sia un piccolo
capolavoro di pizzo costato ore d’impegno, giorni, mesi, vita.
Procede spedita, fermandosi di quando in quando per spostare lo schema; gli
occhi vagano sul mare, mentre le mani esperte continuano la loro danza lieve.
“Cose scià leze?” mi chiede.
“Come? Ah, è un libro di racconti di viaggio. Vuole che gliene legga uno?”
Fa cenno di sì con la testa, sorridendo. Incomincio a leggere. Ogni tanto mi
fermo per riposare, mentre il clic clic dei fuselli continua discreto.
“Bello!” esclama, alla fine del racconto, “T’è torna chì, doman?”
E’ passata dal “voscià” al tu, come se il piacere condiviso della lettura ci
avesse reso amiche nonostante nessuna delle due sappia neanche il nome
dell’altra.
“Sì. Le leggo un altro racconto” prometto, mentre mi alzo per dirigermi alla
spiaggia. Annuisce e mi fa un cenno di saluto.
* * *
Un mese dopo siamo ancora lì, sotto la palma; ogni pomeriggio io leggo, lei
annoda i suoi merletti, guardiamo il mare e la gente che passa.
C’è un gruppo di giovani del posto che si ritrova alla spiaggia sul tardi, dopo
il lavoro o lo studio. Alcuni arrivano a coppie, abbracciati, e se ne vanno
tenendosi per mano, con i capelli ancora umidi e gli asciugamani arrotolati
sotto il braccio.
Nella compagnia c’è un ragazzo alto e magro, con il viso dolce. E’ il meno
chiassoso del gruppo; di solito resta un po’ in disparte, gli occhi sempre
puntati su una biondina dalla risata contagiosa.
Oggi la ragazza è arrivata un po’ prima del solito. Seduta sul muretto verso il
mare, sembra aspettare qualcuno. Passa un quarto d’ora; la giovane guarda
impaziente l’orologio, sbuffa e si allontana.
Poco dopo arriva il ragazzo magro, trafelato. Ha in mano un mazzolino di fiori
legato con un nastro che tormenta con le mani nervose. Si guarda in giro con
un’espressione disperata, poi si volta a capo chino e fa per ritornare sui suoi
passi.
“Me pa che a segge andaeta in sciû.” La voce squillante della vecchina mi fa
trasalire.
“Prego?” Il ragazzo si volta, stupito.
“A figgieua, diggo. A l’è andaeta verso a gexa.”
“Quale ragazza?” sussurra imbarazzato, “Io non stavo cercando nessuno.”
“Ah, no? Scûsae, me paiva de scì.” E si rimette all’opera.
Il giovane osserva per un attimo le dita nodose e la complicata trama dei fili
di cotone, quindi alza gli occhi nella direzione indicata dalla donna. Mi
rivolge un’occhiata incerta, fa finta di guardare l’orologio, cerca qualcosa in
tasca. Improvvisamente, raddrizza la schiena e si avvia a grandi passi verso la
chiesa.
Guardo la vecchina.
Clic clic. Un altro nodo.
“Côri, se no, no ti a piggi!” gli grida, senza distogliere l’attenzione dal suo
merletto.
Il ragazzo non si gira, ma ha sentito. Cerca per un attimo ancora di darsi un
contegno, poi rompe in una corsa affannata.
Clic clic. Un nodo. Clic cli-clic. Un altro.
Passano dieci minuti buoni, poi la donna alza lo sguardo al di sopra della
montatura degli occhiali. Mi fissa con quegli occhi azzurro ceruleo, due
capocchie di spillo colore del cielo in mezzo alla ragnatela delle rughe; fa un
sorriso furbo e complice, attende che le sorrida a mia volta. Senza dire una
parola si rimette al lavoro.
Clic clic. Un altro nodo.
* * *
“Officina” diceva l’insegna. Entrai con il libro sottobraccio. Mi venne incontro
un uomo con la tuta macchiata di grasso. Nonostante qualche chilo in più e
parecchi capelli in meno, riconobbi il ragazzo che accompagnava la mia vecchina
sulla passeggiata.
“Sono venuta a portarle qualcosa che apparteneva a sua zia” gli dissi,
porgendogli il libro. Gli spiegai che avevo fatto il giro delle officine di
Santa Margherita per trovarlo, perché non conoscevo né il suo nome, né, per
quanto fosse assurdo, quello di sua zia.
Mi guardò con aria interrogativa. Poi mi fece accomodare in un piccolo ufficio,
dove gli raccontai tutta la storia.
“Non era mia zia” mi rivelò quando ebbi finito. “Era una vicina di casa. La
chiamavo lalla perché la conoscevo da quando ero nato. Era sola al mondo.
Saranno quindici anni che è morta. Lo tenga lei, il libro. Credo che sarebbe
contenta.”
Passeggiai un poco sul lungomare, finché trovai la nostra palma. Mi sedetti
sulla panchina chiedendomi che fine avessero fatto il suo tombolo e i suoi
fuselli. Immaginai qualche lontano parente, qualche vicino distratto, intento a
riempire scatoloni di oggetti che avevano un valore solo per lei. Forse in un
mercatino qualcuno stava osservando svogliatamente un macinino, una radio, un
pettinino d’avorio.
Sfogliai il libro.
La dedica spiccava sulla pagina bianca: “Grazie per aver annodato le nostre
vite.”
Forse era giusto davvero che quel libro rimanesse a chi conosceva la storia che
le pagine non raccontavano.
Alzai lo sguardo sul mare increspato. All’orizzonte il cielo era di un azzurro
ceruleo che sembrava sorridere. Sentii, nella mia testa, un rumore discreto e
lontano.
Clic. Un nodo. Clic clic.
OLGA, Paola De Stefani
Avevo riportato
dalla spiaggia quel libro, ma mi pesava trovarmelo in casa: mi dava
l’impressione di conservare indebitamente un segreto.
Dovevo fare in fretta a riportarlo al suo posto prima che lei se ne accorgesse, avevo giusto il tempo per uno sguardo veloce.
Me lo ripeteva, mio padre:
-Non ti fidare delle donne, sono strane. Non sai mai cosa pensano.
Così non mi sono mai sposato. Non credo che mi sposerò mai. Finora ero riuscito
a scampare al pericolo, a restarne lontano. Ma poi…
Era andata così: Ernesto, il mio amico,
sosteneva che il punto era suo, mentre era evidente che la boccia più vicina era
la mia. A volte lo strozzerei quell’uomo per la sua testa dura. Così ero andato
a prendere il metro per dirimere la faccenda, mentre lui ridacchiava.
Ultimamente rideva sempre. Immagino fosse perché si era appena risposato, con
una ragazza albanese.
Invece io ero di pessimo umore. Ero arrivato con il metro e con una tale foga
che avevo messo il piede sul boccino e patapùm, per terra, caviglia rotta, e per
giunta ancora adesso non so se il punto era mio.
Lina, mia sorella, aveva insistito perché
prendessi una badante:
-Da solo non ce la fai, ci vuole qualcuno che ti aiuti, almeno fino a quando non
ti rimetti in sesto.
-Non se ne parla!
Va bene che sono in pensione, ma non ho mica ottant’anni. Niente da fare, non
aveva voluto saperne. Aveva fatto tutto lei, tramite un’agenzia. Così, una
mattina, mi ero trovato sul pianerottolo una ragazza di venticinque anni, alta
una spanna più di me, con capelli neri e impassibili occhi ucraini:
-Perdona… tu è professor Giovanni Bianchi?- aveva chiesto allungando una mano
verso di me.
-Sì- avevo risposto stringendola con cautela.
-Io Olga Stepànovna.
Così Olga era entrata nella mia casa e
nella mia vita.
Era una brava badante, mi accompagnava alla spiaggia a prendere il sole per le
ossa. Io mi sedevo sulla sdraio, davanti al mare, e lei si sistemava un po’ più
in là, a leggere un suo libro, sempre il solito, foderato di rosso.
Quando finiva, lo ricominciava, quasi volesse mandarlo a memoria. A volte lo
chiudeva, con un dito a mo’ di segnalibro e mi indirizzava certe occhiate
penetranti e indecifrabili.
In quei momenti mi tornava in mente mio padre. Non sai mai cosa pensano.
Un giorno, mentre Olga nuotava, avevo
messo la mano nella sua borsa in cerca della crema solare, invece avevo fatto
cadere fuori il libro. Quello si era aperto mentre volava sulla sabbia. Ora, non
potevo giurarlo, ma mi era parso di vedere una foto alla quale avevo stentato a
dare un senso: una donna nuda che massaggiava con le mani il petto di un uomo.
Ero rimasto sconcertato.
Forse non avevo visto bene, per via del riflesso del sole. Ma il dubbio era
rimasto. Chinato a metà, mi ero guardato intorno con noncuranza e, raccolto il
libro da terra, avevo dato un’altra sbirciatina. L’avevo quasi aperto quando una
folata di vento aveva sbattuto insieme tutte le pagine, e Olga era sopraggiunta,
rivestita d’acqua di mare. Ero rinculato come un paguro verso la sdraio, con un
sorriso ebete e fasullo dipinto sulla faccia.
-Tu sta bene, mio Giovanni?- mi aveva chiesto dubbiosa e io in risposta avevo
deglutito, guardandola con gli occhi sbarrati come se l’avessi vista allora per
la prima volta.
Cos’era quel libro? Dovevo saperlo. Avevo
insistito per portarle la borsa a casa. Intanto che lei si faceva la doccia,
avevo aperto il libro, con mani tremanti.
Lì, ad attendere le mie incredule pupille, c’era la scena raccapricciante di un
uomo che ne baciava un altro disteso sulla sabbia. Il testo sotto i disegni era
in cirillico, ma non avevo certo bisogno di spiegazioni per capire di cosa si
trattava.
Sperai che per lo shock non mi venisse un tumore al cervello.
Sentii il bisogno di parlarne con
Ernesto.
-Eh, brava- disse lui con quel suo sorriso –si vuole sistemare. Ha visto come si
sta a casa tua, e adesso studia per sedurti, vecchio mio- mi fece l’occhiolino.
-Ma… è successo così anche con la tua rumena?
-Ramona non è rumena, è albanese- ci tenne a precisare.
-Sì, ma è andata così?
-Figurati! Lei è proprio innamorata.
Messo in guardia dall’Ernesto, divenni
ancora più sospettoso. Instaurai un certo distacco. Se lei se ne accorse, non
diede a vederlo.
Invece le sue premure si facevano sempre più attente, mi sembrava che le sue
mani indugiassero a lungo sul mio braccio, quando doveva aiutarmi. Prendeva
sempre più confidenza.
Quanto al libro, non lo mollava mai, e io mi chiedevo se dovessi aspettarmi che
mi saltasse addosso da un momento all’altro tendendomi agguati erotici nel
corridoio.
Aveva dunque ragione Ernesto? Invano sondavo il terreno con domande del tipo:
–Che si legge, di bello, Olga?
Ma i miei pallidi tentativi naufragavano in risposte evasive, la più esauriente
delle quali era:
-Non pronta, ora. Quando momento, tu saprai.
Così decisi di indagare.
Una sera mi appostai dietro la porta della sua camera spiando attraverso la
serratura.
In quel momento le mie giunture si misero a scricchiolare tutte assieme, ma
Olga, assorbita dalla sua attività, non si accorse di niente. Al di là del foro
oblungo della toppa la vidi estrarre dall’armadio quello che in un primo tempo
mi sembrò un canotto rosa. Lei vi appose le labbra, ci soffiò dentro e il
canotto si trasformò in un manichino. Un manichino molto realistico, dotato di
mutande con una protuberanza sospetta sul davanti.
Adagiò con delicatezza l’aggeggio sul letto, poi, a sua volta, ci si sedette
sopra. Prese le mani di plastica di quell’affare e sospirò. A lungo, un sospiro
da strapparti l’anima.
-Mio Giovanni- disse stringendosi al petto il manichino, che per tutta risposta
emise un debole fischio –tu non lasciare me. Olga è qui, adesso, mette tutta sua
energia per te.
Mio Giovanni? Avevano udito bene i miei padiglioni?
Ero veramente io l’oggetto del desiderio di quella donna?
Non riuscii a non trasalire, dall’altra parte della porta.
Poi, con un gesto di insospettabile rapidità lei si sfilò la camicetta
offrendomi uno spettacolo che mi tramortì, mi fece cozzare la testa contro il
legno duro dello stipite e mi lasciò sull’occhio l’impronta violacea della
serratura che mi sarebbe durata per giorni. A quel punto non potei fare a meno
di fuggire, ma le mie orecchie fecero ancora in tempo a sentire:
-No, Giovanni, tu lascia fare me. Non opporre resistenza mie mani, io fare te
rinascere!
Se non sono morto d’infarto quella notte,
vuol dire che morirò di qualcos’altro. Il cuore rimbalzava dolorosamente nel
petto. Possibile? Avevo sentito bene?
La voce di mio padre urlava “le donne sono strane, strane…” e a me era capitata
la più strana di tutte.
In spiaggia, l’indomani, mi sorpresi a
fissarla, a seguirla con lo sguardo ovunque, accarezzavo la sua ombra sulla
sabbia fingendo, come un babbeo, di costruire castelli. Sotto i miei occhi il
suo costume svaniva e lei si rivelava come la sera prima nella sua camera.
Ridevo spesso, a sproposito, e la guardavo.
-Giovanni…
-Sì…?
-Io domani occupata… tu può fare a meno di Olga? Solo domani?
-Sì…
-Tu mio tesoro!- esclamò, e fece un movimento, come per darmi un bacio, ma si
interruppe prima, imbarazzata.
Il rossore delle sue guance la rendeva la donna più bella del mondo.
Quella sera le comprai un anello, una
cosa semplice, ma speravo andasse bene ugualmente.
Uscendo, incontrai l’Ernesto.
-La Ramona è scappata- mi disse lamentoso.
E giù a spiegare che non doveva lasciarla andare in discoteca da sola, lì aveva
conosciuto un ballerino, suo connazionale, e adesso era andata a vivere da lui.
-Meno male che sua sorella passa questa sera per vedere come sto…
-Giovanni, io pronta ora a dire te cosa
importante- esordì la mia dea. E io mi preparai ad ascoltare il miele delle sue
labbra. Quali frasi meravigliosamente primitive avrebbe usato per dichiararmi il
suo amore?
-Tu vieni mia stanza.
La seguii senza battere ciglio.
-Tu siedi su letto, sì.
Non chiedevo di meglio.
Nella tasca della vestaglia il pacchetto con il mio pegno d’amore era cosparso
all’inverosimile delle mie impronte digitali.
-Tu sdraia su letto.
Mi stesi sperando che non mi venisse un ictus proprio in quel momento. Olga si
avvicinò con un sorriso, guardandomi negli occhi.
-Olga… io- mi sollevai sui gomiti e le mie dita tremanti le tesero il pacchetto
senza neppure avermi interpellato.
-Io parto, trovato nuovo lavoro, fatto esame bagnina ieri. Faccio vedere te come
sono bravissima- disse sventolandomi sotto il naso il suo libretto rosso, dentro
il quale una nerboruta assistente di piscina salvava la vita ad uno sventurato
bagnante.
-Mia specialità è massaggio card…
Dopo dieci secondi di stordimento a labbra contratte in un ghigno amaro non
riuscivo ancora a dire niente. Lo stomaco mi si chiuse per sempre.
Quando finalmente riuscii a guardarla, il suo sorriso aveva lasciato spazio ad
un’espressione preoccupata.
Poi i suoi occhi caddero sul pacchetto. A mano a mano che la consapevolezza si
faceva strada in lei, le sue iridi si velavano di compassione.
Allora mi posò teneramente le mani sul petto, spingendomi giù. Poi, con un
sorriso dolcemente triste, tristemente dolce, sussurrò:
-Mia specialità è… respirazione bocca a bocca.
Sì, dopotutto mi aveva riportato alla vita, anche se era doloroso. Mancava solo
l’ultimo soffio per risvegliarmi del tutto.
Chiusi gli occhi e attesi le sue labbra.
IL SEGNALIBRO, Benedetto Mortola
Avevo riportato sulla
spiaggia quel libro, ma mi pesava trovarmelo in casa: mi dava l’impressione di
conservare indebitamente un segreto.
La mattina prima l’avevo trovato dietro i libri di cucina sullo scaffale in
soffitta.
I libri di cucina erano abbastanza datati, uno era addirittura la “Cuciniera
Genovese” sul quale stuoli di ragazzine hanno imparato a gestire una fricassea
di pollo, uno sformato di asparagi, una torta di zucca, una frittata di patate e
cipolle ed un bel po’ di altri piatti, mentre diventavano donne. La mia era
un’edizione vecchissima, un libro sul quale aveva già studiato mia madre. Lo
avevo messo sullo scaffale ed era sempre rimasto lì, insieme a quei due o tre
altri libri di cucina che non aprivo da molto tempo, non perché fossi diventata
un’esperta cuoca, ma perché le mie due bimbe erano cresciute già abbastanza da
non aver più voglia di mangiare quelle cose per me ancora famigliari, ma per
loro già diventate “roba di una volta” e adesso, quando vengono a casa mia a
pranzo, molto raramente, una pizza o al massimo una focaccia con il formaggio o
un piatto di spaghetti con il pomodoro è tutto quello che mangiano. Per i miei
nipotini poi, è impensabile tirare fuori l’armamentario per fare, che so, i
ravioli o i tortelli o una focaccia con la salvia, dato che li vedo cibarsi di
patatine fritte, insalate miste già pronte, panini farciti e merendine,
merendine.
Cucino per me sola ed alla mia età non ho certo bisogno di consultare un libro
per sapere come si prepara un piatto di gnocchi, quali verdure devo mettere in
un minestrone o come si fa un budino con le uova e la buccia di limone nostrano.
Ma ieri mattina mi è venuta voglia di farmi uno zabaione; mia madre lo faceva
spesso con delle belle uova fresche e così, dato che non ricordavo le dosi, sono
andata in soffitta a prendere la Cuciniera Genovese, l’ho tirata fuori dallo
scaffale e…
è stato allora che l’ho visto: questo libro che ora ho in mano.
Era rimasto dietro gli altri libri, lì, invisibile, da non so quanto tempo,
forse da sempre, da quando ero venuta a vivere qui con mio marito. Un libro
dalla copertina colorata con colori tenui, sbiaditi e con pagine che erano
diventate gialle in fretta. Il titolo è inutile, l’autrice anche.
E’ uno di quei libri della mia giovinezza che mi riempivano di sogni dolci ed
inebrianti come una promessa di quello che la vita mi avrebbe poi portato in
dono. Nel voltare quelle pagine, scorrevano segreti ed emozioni, gioie e dolori
che volavano incatenati fino al lieto fine al quale arrivavo a volte tutto di un
fiato, rubando qualche minuto di più (se ci riuscivo) alla conca piena d’acqua
da portare sulla testa dalla fontanella in fondo alla strada fino a casa, o dal
mercato con mia madre per aiutarla con le borse della spesa, o quando c’erano le
olive da raccogliere nelle fasce in quegli inverno freddi e le castagne nei
boschi su in collina, quei boschi un tempo tenuti tutti bene e ora devastati dai
cinghiali.
I sogni cominciano presto quando si è giovani e quando poi arriva una guerra
allora corrono e galoppano insieme alla brutta realtà di tutti i giorni.
La Seconda Guerra Mondiale, per me, non è cominciata in un momento preciso.
Tutti ne parlavano da tempo, ma sembrava una cosa molto lontana, però poi un
giorno, avrò avuto quindici anni, ero in cucina a lavare i piatti, e ho sentito
mia madre che piangeva.
Non l’avevo mai vista piangere, ma quel giorno piangeva, con un fazzoletto in
mano e si girava con la testa dall’altra parte e usciva dalla sala e poi dal
corridoio e si infilava nell’angolo accanto alla finestra della camera dei miei
per non farsi vedere da me che la seguivo mentre mi asciugavo le mani nel
grembiule. Mia madre non si voltò alle mie domande. Rispose singhiozzando con il
viso girato verso il muro. La guerra era stata dichiarata e papà doveva partire
soldato.
Mia madre si era sposata giovane, era nel pieno delle forze e la lontananza di
papà non pesò molto nei primi tempi. La guerra sembrava una cosa facile: la
Francia, la Grecia, l’Albania e la vittoria, sempre. Mio padre tornò un paio di
volte a casa in licenza, diceva che era triste lontano da noi, ma era pieno di
entusiasmo per come andava la guerra. Eravamo proprio invincibili.
Poi cominciò a cambiare tutto. Qualcuno cominciò a preoccuparsi perché non
riceveva più lettere e i soldati e i marinai cominciarono a ritornare feriti o
morti.
Capivi che c’era qualcosa che non stava funzionando, lo capivi dalle piccole
cose, dalle donne sempre più spesso vestite di nero, dai prezzi che aumentavano,
dalle poche feste patronali che lasciavano a tutti l’amaro in bocca, dalla paura
che cominciava a crescere intorno e che arrivava come una lenta aria sporca,
ogni giorno sempre di più.
Poi arrivò anche quel giorno di novembre, quando io presi questo libro che avevo
appena iniziato e me ne andai sulla spiaggia a leggere.
L’aria era serena, sulla spiaggia non c’era quasi nessuno. Leggevo e intanto
pensavo che Lino, il figlio del fornaio in fondo alla strada, aveva gli stessi
occhi di Gualtiero, il giovane professore universitario del quale si era
innamorata la protagonista del mio libro.
Leggevo, quando arrivarono gli aerei. Un rombo lontano che cresceva sempre più
forte. Ricordo che misi un fiore come segnalibro e guardai il cielo. Dal profilo
del monte che sovrastava la mia piccola città sbucarono gli aerei, alti tra le
rade nuvole, e poi cominciarono a cadere le prime bombe.
Vidi lo scroscio sulle case della collina accanto al ponte della ferrovia, un
lampo dopo l’altro e poi quei fragori che non avrei mai più dimenticato. Mi
alzai tremante e cominciai a correre sulla sabbia della spiaggia deserta senza
sapere dove andare, correvo un po’ avanti e un po’ indietro con il mio piccolo
libro stretto in mano. Avrei voluto tornare a casa di corsa, ma laggiù, dove
sapevo che c’era la mia casa, ora c’era anche un lungo fumo nero che saliva e
c’erano ancora bombe che cadevano.
Sono tornata dopo quasi un’ora e ho trovato le macerie e le lacrime e le grida
che sembravano mordere i muri crollati. La mia casa si era salvata, ma intorno
sembrava passato un cavaliere dell’Apocalisse. Dove una volta c’erano case
adesso c’erano rovine e oggetti conficcati dentro. Ricordo un guanciale
impigliato sopra una trave spezzata che ondeggiava con quel suo bianco assurdo
sull’immensa tragedia alla quale ero ritornata. Mia madre arrivò da dietro e mi
abbracciò e poi mi portò con lei a scavare insieme agli uomini in mezzo al
cumulo delle macerie dove fino a poco prima c’era la casa dei miei nonni.
Ricordo le mani degli uomini che scavavano con qualche piccone e con pezzi di
ferro e di legno. Ricordo le mani insanguinate di mia madre quando mi abbracciò
e mi riportò alla nostra casa intatta ed era già diventato buio.
Non avevo più i nonni. E non avevo più Marisa, la mia amica di tre mesi più
giovane di me che abitava nella casa di fronte ai nonni.
Ho pensato spesso a Marisa in tutti questi anni passati. Ho pensato al suo corpo
che non è mai stato ritrovato, nel senso che hanno trovato qualcosa che forse
era anche Marisa. La rivedo che corre mentre andiamo a prendere insieme l’acqua
alla fontana. La sento che mi racconta di come Luigino la guarda quando si
incontrano dopo la Messa. A volte penso a come avrebbe vissuta la sua vita se la
sua vita gliela avessero lasciata vivere. Forse avrebbe avuto dei figli anche
lei e avrebbero giocato con i miei, qui su questa spiaggia, e avremmo potuto
stare a chiacchierare nelle sere d’estate mentre lavoravamo a maglia a fare
calze di lana per l‘inverno e tra un punto e l’altro ci saremmo potute
raccontare tante cose. Ci sono delle volte che Marisa la rivedo in tv, nei tg
dell’orrore, con altre città lontane devastate da un’altra guerra e macerie su
macerie e gente disperata che vaga alla ricerca di chi è rimasto sotto le case
crollate, la rivedo nei loro occhi folli di dolore e di rabbia e mi scappa da
piangere mentre cambio canale con il telecomando.
E stamattina sono qui con questo libro in mano e di colpo mi viene in mente una
cosa: non l’ho mai più aperto da quella lontana mattina. Così ora lo apro
adagio, e dopo poche pagine, trovo qualcosa che assomiglia ad un vecchio fiore
rinsecchito che appena lo prendo tra le dita si sfalda e i suoi minuscoli
pezzettini scuri cadono adagio sulla spiaggia e vedo anche che i granellini di
sabbia che erano rimasti imprigionati da tanti anni tra quelle due pagine,
cominciano a cadere anche loro e ritornano tranquilli nella sabbia che li
riassorbe.
Adesso posso solo riprendere a leggere da dove ero rimasta.
BIBLIOTECA POPOLARE CIRCOLANTE, Antonio Antonelli
Avevo riportato
dalla spiaggia quel libro, ma mi pesava trovarmelo in casa: mi dava
l’impressione di conservare indebitamente un segreto.
Poesie di Cesare Pavese: la copertina in tela grigia consunta in più punti,
molte pagine gualcite, la sabbia che s’era depositata tra le pieghe della
rilegatura, sembrava essere rimasto in spiaggia per giorni, forse dimenticato da
qualche villeggiante.
A rigirarmelo tra le mani, la prima cosa che mi è venuta in mente è stato il
profumo di Mila, quel misterioso alone speziato – lei si guardava bene da
svelarne le essenze - che si lasciava dietro camminando, come una traccia acuta,
talvolta pungente, e indecifrabile.
Allora, prima di trasferirmi a vivere in questa cittadina sul mare, coi libri
degli altri tanti scrupoli neppure mi sfioravano: con Milena - ma tutti la
chiamavano Mila, ed io mi ero adeguato -, con Mila nelle librerie praticavamo
una sorta di autopromozione, tipo quella dei detersivi: prendi tre e paghi due.
Noi alla cassa pagavamo due ma i libri li razziavamo cinque o sei per volta.
Pochi erano i negozi forniti di quei varchi elettronici che leggono la targhetta
a barre ottiche della merce e trillano di sofferenza, per l’incasso a rischio,
se cerchi di svicolare senza pagare. Telecamere a circuito interno di la da
venire, fantascienza quasi. Insomma, la vigilanza era ancora affidata in
prevalenza al fattore umano, per questo sceglievamo sempre librerie con poco
personale, nelle ore di massimo affollamento, con una divisione dei compiti che,
più che ad esigenze funzionali, rispondeva a una precisa gerarchia: a me,
gregario, oltre a tener d’occhio in modo impacciato e maldestro commessi,
eventuali vigilanti e altri clienti (“Ti fai accorgere che li controlli, nella
vita ci vuole professionalità in tutto !”, mi aveva strigliato Mila in più di
un’occasione ), toccava recarmi alla cassa con “il dichiarato”, la punta
dell’iceberg, mentre Mila, il capo, guadagnava l’uscita con il “sommerso” ben
inguattato nella sua capace tracolla in mezzo a riviste, beauty case portatile,
e un pacchetto di assorbenti.
Che Mila fosse il capo riconosciuto, e non solo per me, rientrava nell’ordine
naturale delle cose: bella, elegante, altera, arcisicura di sé: nata per
comandare. Insomma, la sua qualità di capo si avvertiva a pelle. Anzi, a occhio:
perché ciò che più colpiva in lei erano gli occhi, quei begli occhi
grigio-nocciola, e quel suo sguardo fermo, un po’ socchiuso, immune dal
presente. Uno sguardo visionario, l’avrei definito, che scavalcava le cose di
oggi per arrivare direttamente a un futuro remoto e idealizzato, che si sarebbe
certamente avverato, anche se il quando sfuggiva a qualsiasi ragionevole
previsione.
Del resto, la distribuzione dei libri in borgata, anzi la “biblioteca popolare
circolante” alla quale avevamo dato vita , non faceva che confermare il ruolo di
Mila : nella fumosa saletta interna del caffè che all’ occorrenza ci ospitava –
eravamo costretti ad appoggiarci a “strutture esterne”, dopo che Liborio, il
segretario della sezione, senza tanti giri di parole ci aveva detto che non “si
sarebbe mai prestato a legittimare il maneggio di refurtiva “ – era Mila a
stabilire chi doveva leggere cosa, e a consegnargli materialmente il libro, si
trattasse di nuove o vecchie “accessioni” : lo decideva lì per li, con una certa
sommarietà, talora sulla base di qualche precedente scampolo di conversazione
con il “beneficiario”, talaltra in forza solo di uno spicciativo giudizio
estetico (dopo, con me, sfoggiava una civettuola punta di vergogna per essere
stata così “lombrosiana”, anche se a fin di bene), comunque raramente
sbagliando, considerando il largo giudizio positivo che circondava quella sua
estemporanea vocazione di consulente letteraria.
Nelle “acquisizioni“ la preferenza doveva andare a libri “impegnati, educativi
ed accessibili, possibilmente attenti alla realtà italiana“, era questa la
ferrea consegna di Mila, esemplificata nella “Storia “della Morante, di cui
avevamo messo in circolazione almeno una dozzina di copie. Guai a trasgredire:
me n’ero accorto quella volta che, tra gli ultimi accessi alla biblioteca
circolante, con crucciata sorpresa aveva scoperto le poesie di Pavese, di cui mi
sapeva appassionato lettore. E, cosa che la indispettiva ancor di più, era tra i
libri regolarmente passati alla cassa . “Lavoriamo sul territorio, in un
quartiere di poveracci, gente che ha letteralmente il problema di cosa mettere
in tavola : a chi c…. vuoi che interessi un poeta che s’inzuppava compiaciuto
nel suo malessere, fino ad ammazzarsi per un’ attricetta americana ?”, mi aveva
assalito, sventolandomi le poesie sotto il naso, e non si capiva cosa biasimasse
di più in Pavese, se il suicidio, o averlo commesso per una yankee.
Era un volume elegante, che nella sovracopertina riproduceva un Van Gogh.
Proprio come doveva essere in origine la copia malconcia rinvenuta in spiaggia .
Anche allora, leggendo Pavese, provavo la sensazione di un’appropriazione
indebita, e non sapevo se riguardava il suo mal di vivere, riversato nelle
poesie, o la pretesa di rispecchiarvi il mio.
Poco dopo quella reprimenda, Mila scomparve, e la polizia si fece vedere in
sezione, procurandomi qualche apprensione. Ma non c’era alcun collegamento coi
libri. Era successo che Mila aveva “scavallato” come aveva lapidariamente
spiegato Liborio, abbottonato come al solito, un po’ per temperamento, molto per
zelo cospiratorio con Botteghe Oscure.
I mormorii di sezione tradussero quel criptico “scavallato”: Mila stava con un
piede nella legalità e l’ altro nella lotta armata, e per questo, appena in
tempo, s’era rifugiata in un paese “che co’ l’Italia nun cià l’estradizione”.
Altri commenti furono riservati allo scrivente, “che le stava dietro dietro,
come un cagnolino, si vedeva che era cotto“, ripuliti dall’abituale ruvido
romanesco, ritenuto poco adatto alle pene d’amore. Ma questo lo seppi di
rimbalzo, parecchio tempo dopo.
* * *
Ci sono volute tre settimane prima che mi
azzardassi a toccare di nuovo il libro, attento ad evitare che qualche residuo
di sabbia cadesse sul tappeto di casa.
Ho cominciato a sfogliarlo dall’inizio, separando le pagine che la salsedine
aveva incrostate a mazzetti. Mi si è subito rivelato un largo timbro
rettangolare, dove, insieme a uno stemma cittadino, campeggiava la dicitura:
”Comune di * - Assessorato servizi sociali – Biblioteca Popolare Circolante“, e
accanto numero d’inventario e codice di schedatura.
Non restava che recarmi al più vicino ufficio postale e rispedire il libro al
legittimo proprietario, con la consolazione di sapere che agli abitanti di *
Pavese non manda di traverso i pasti, come succedeva in borgata, stando a Mila.
Poi però mi ha aggiogato una istintiva, irragionevole certezza : Mila. Appianati
i trascorsi con la giustizia, è tornata: forse ha letto “Verrà la morte” e si è
riconciliata con Pavese (magari anche con Constance,”l’attricetta americana”) e
ha scelto i suoi versi per una seppur tardiva risposta ai miei sentimenti,
affidata a quel libro, sottratto alla biblioteca di * con l’antica tecnica
collaudata di un capo che può anche fare a meno di gregari. Un libro ormai
introvabile, un cimelio editoriale, quasi, nella biblioteca, come suo unico
segno, sarà rimasta la scheda di catalogazione, che – immagino - recita più o
meno così: “PAVESE, Cesare : Poesie edite e inedite,Torino, Einaudi, 1962, pagg.254”,
e, apposta di traverso, una vistosa stampigliatura : NON DISPONIBILE.
Prima o poi, forse alla prossima estate, Mila tornerà a cercare entrambi: il
libro volutamente dimenticato e me.
Assaporo la dolce euforia di un’attesa appagante.
Come mi succedeva da ragazzo, quando tra un flirt estivo e la successiva
delusione veleggiavo per un anno intero sopra nuvole dorate, lieve dalla terra
come i fidanzati di Chagall.
Mi rendo conto che il ritorno amoroso di Mila è una fola, un’idea strampalata,
che solo ad accennarla in giro c’è da farsi ridere dietro per una settimana:
“non ha più l’età per fare il sognatore“, ghignerebbe con commiserazione
qualcuno di quelli che all’epoca mi accostavano a un cagnolino servizievole .
Ma adesso Mila è nell’ aria, con le poesie di Pavese è tornato il suo profumo
speziato, e quel suo sguardo ancor oggi rivolto solo al futuro, ci giurerei,
anche se il tempo ,al futuro , in un amen ha già mangiato trent’ anni .
E’ dolce la compagnia di Mila, senza tema di messe in riga, non voglio
rinunciarvi.
All’ufficio postale andrò domani, tra una settimana, tra un mese …forse mai.
TANGO A MODO MIO, Fiorella Di Lorenzo
Fermo
Fuori è tutto fiori e sole.
Sembrerebbe quasi primavera inoltrata se non fosse per la luce.
Non mi sarei mai aspettato di saper cogliere la differenza tra una stagione e
l’altra dalla LUCE, io, che fino ad un anno fa non sapevo che tempo facesse sino
all’ora del meteo in TV.
Osservare quello che succede fuori dalla finestra mi fa sentire romantico, altro
aspetto che ho scoperto di possedere oltre a questo sorriso un po’ ebete che mi
si stampa in faccia e che non riesco a cancellare.
Marco, un mio collega, mi ha chiesto oggi a pranzo se per caso non fossi entrato
in una di quelle associazioni pseudopsicologiche che promettono di restituirti
il tuo mondo perduto e mentre la tua mente parte per cercarlo ti svuotano il
portafogli.
Alla fine gli ho detto che stavo attraversando un “periodo Zen”.
“Che roba è il periodo Zen?” – mi fa lui guardandomi da sopra gli occhiali.
“Qualche tempo fa ho letto un articolo in Internet che aveva come oggetto il
“periodo Zen”. In pratica questo periodo “Zen” cascherebbe nella vita di un
individuo, almeno una volta, sicuramente dopo i 35.”
“Te lo stai inventando” - mi dice spezzettando quel che resta di una polpetta al
sugo.
“Ti pare che me lo inventi?” – “L’articolo descriveva anche alcuni sintomi quali
sorriso da ebete, sguardo vacuo, eccessiva attenzione a cose e persone mai
calcolate prima eccetera” .
“Ah” – “Adesso capisco perché quando ti parlo non mi ascolti” mi risponde lui
lievemente soddisfatto.
“Beh, no.” - E’ che l’80 % di quello che dici non è altro che il 40 % di quello
che mi hai detto il giorno prima più un altro 40% che conosco già” - “ Caffè??”
Chiaramente l’articolo sul periodo Zen non esiste.
Però tornando in ufficio, ho visto Marco
specchiarsi in una vetrina. Avrà voluto vedere se aveva anche lui il sorriso da
ebete.
Nella mia vita passata sono stato un tipo pratico. Qualcuno potrebbe usare la definizione impropria “terra-terra”. Sì insomma uno di quegli individui che trovano nel lavoro, molto lavoro, la famiglia e la partita di calcetto la propria dimensione.
Io non lo chiamerei terra-terra. Lo chiamerei vivere quasi come fossi un allevatore di maiali che purtroppo non sono.
La filosofia del vivere quasi come fossi un allevatore di maiali (che purtroppo non sono) non prevede lunghe elucubrazioni esistenziali sul perché si sta al mondo davanti ad una tazza fumante di caffè in qualche locale sui Navigli né tanto meno prevede altrettanto lunghe cene a base di tofu e rivendicazioni sentimental-sociali appollaiati al trespolo della cucina mente tra la ricostruzione di una telefonata e l’interpretazione di una e-mail la pasta nel piatto s’è fatta colla che nemmeno l’idraulico liquido saprebbe operare miracoli in tal senso.
Nossignore.
Vivere quasi come se fossi un allevatore di maiali che ribadisco, purtroppo non sono, significa seguire ciò di cui abbiamo davvero bisogno: mangiare, bere, sesso e relax.
Tutto il resto è cornice.
Cristina, mia moglie, è una cornice. O meglio, non è che lei sia una cornice
diciamo che crede che la cornice sia notevolmente più importante del quadro.
Cristina esce alle 8,00 del mattino per
andare al lavoro ma si è alzata alle 6,00 per riordinare la casa, lavarsi,
pettinarsi, truccarsi, preparare Lorenzo, stendere e ricordarmi di ricordarle di
ricordarmi di chiamare mia madre.
Finge di avere scarsa memoria quando si tratta di ricordarsi che al giovedì
gioco a calcetto ma ne sfodera una elefantiaca quando si tratta di riesumare
frasi che avrei detto (da ubriaco? Al liceo quand’ero un 18 enne borioso e il
resto non posso dirlo? Mentre mi tortura cercando di farmi i massaggi?? ) e che
comunque non ricordo più.
Ogni tanto a cena mi racconta della sua
giornata partendo dal dettaglio di un episodio accaduto che come minimo
coinvolge 4 o 5 soggetti OMETTENDO di raccontarmi il perché dell’accaduto.
Il bello è che s’inalbera tutte le volte perché dice che mugugno invece di
ascoltarla.
Il che è naturalmente vero, ma dico io, come si fa a dare la risposta giusta se
non ti hanno nemmeno fatto la domanda?
Cristina è capace di descrivermi quella
cosa fantastica che ha visto nel tal negozio e che vorrebbe tanto comprare
perché è in promozione ma non per tanto (non per tanto quanto???) e va avanti
per una settimana oppure un mese fino a che non mi decido ad andare a vederla e
poi quando siamo per strada nel traffico più selvaggio del sabato pomeriggio in
cui Signore e Signori, si aprono le gabbie e quando finalmente arriviamo lì
scopriamo che in realtà la promozione è finita da una settimana e che
naturalmente è colpa mia.
Che sono terra-terra. E avrei dovuto fare l’allevatore di maiali.
Per farla breve e’ proprio dal concetto base “quadro/cornice” che si sviluppavano le nostre più grandi discussioni: chi doveva comprare il pane, vendere il bilocale per prendere un trilocale, dove andare in vacanza, il calcetto e infine Lorenzo.
Nostro figlio.
Adesso ha tre anni ed ha imparato già a stare al mondo: sorride quando guarda le Veline e si lamenta insofferente quando Cristina cambia canale per seguire programmi non pensati per persone non pensanti.
Va al Nido da quando aveva 1 anno e mezzo e nonostante Cristina si lamentasse che “è sempre malato e che non gli danno da mangiare abbastanza” (la conversione dalle misure Cristina a quelle comuni dice che quello che mangia Lorenzo è più che sufficiente per uno che non vuole rischiare di diventare un obeso) trovo che sia “avanti”.
Io non ero così sveglio alla sua età, non
che me lo ricordi e comunque all’asilo non ci sono andato perché puntualmente
vomitavo sulla gonna della suora.
Per il nervoso s’intende, mica per mancanza di rispetto verso la suora.
Ogni volta che lo rivedo mi sembra sempre
più grande, più adulto. Sarà perché non ci sono spesso e ci sono stato ancor
meno prima.
Tipo un anno fa. Quando ero il Direttore Vendite della Prisme e mi sparavo
Milano-Parigi-Parigi-Milano almeno 3 volte a settimana.
Una volta ho anche rischiato di restarci secco che se non fosse stato per il
Responsabile della produzione a quest’ora starei nel Paradiso dei “quasi
allevatori di Maiali “ a guardare in giù.
Come al solito avevo mangiato sull’aereo qualche schifezza confezionata di
plastica che con l’aria condizionata dell’aereo e della macchina doveva aver
contribuito a formare un bolo granitico nello stomaco.
Chissà perché quella sensazione mi faceva venire in mente un mio collega un po’
filosofo che tutte le volte che si usciva a cena e lui puntualmente si
strafogava, una volta alzatosi da tavola si massaggiava la pancia e diceva:
“stavolta sono sicuro, è un podalico”.
E mentre guardavo i grafici che il Responsabile della Produzione mi sventolava davanti sentivo che ormai il “podalico” era vicino. L’ultima cosa che mi ricordo è il suo faccione rosso che con le mani giunte in alto quasi a tenere una spada mi si avventava contro.
Grazie a lui oggi sono qui.
Anche se non sono più il Direttore Vendite della Prisme.
Anche se lui come responsabile della
produzione faceva pietà ma sono certo che avrebbe un futuro come volontario
sulle ambulanze.
Bisognerà che glielo dica. Un giorno.
Un sacco di cose gli dovrei dire.
Prima tra tutte che è colpa sua se un anno fa la mia vita ha preso la china.
Quale, devo ancora capirlo.
Un passo indietro
Oggi sarà una giornata di merda. Lo so.
Ho passato tutto il fine settimana a girare i dati sopra e sotto a tirarli ad
arrotondarli ma non c’è un cacchio che tenga. Fanno veramente schifo.
So già che il mio Capo nonché Direttore Generale della Prisme non dirà nulla
fino all’ultimo, dopodiché si alzerà in piedi con il dito dritto e mi vomiterà
addosso tutta una serie di insulti in dialetto stretto che si concluderanno con
la solita frase biascicata a denti stretti prima di scomparire dietro le porte
dell’ascensore: “2-1 c’est la merd!”.
Non gli è mai andato giù che li avessimo
battuti ai Mondiali. E se c’è una cosa che i francesi non sanno fare è perdere
con classe.
Mentre penso alla riunione delle 14 e sono in coda mi guardo nello specchietto.
I miei capelli sono talmente lunghi che ai lati hanno assunto una forma
vagamente aerodinamica. Cerco di sistemarli con le mani ma proprio non ci
stanno.
Bisognerà che vada da un parrucchiere
prima o poi. L’ultima volta che Cristina ci ha messo le mani dicendo che tanto
lo aveva già fatto ho dovuto rasarmi quasi a zero.
E tanto per cambiare eravamo in Gennaio.
Ancora prima di uscire dall’ascensore avverto nell’aria l’adrenalina. Sono già tutti sclerati, sono già tutti in preda a crisi di ansia e panico. Metà dell’azienda sta vomitando nel cestino sotto la scrivania mentre l’altra metà si sta calando di ansiolitici e calmanti vari.
I miei uomini saranno di certo rintanati
in sala commerciali a verificare e riverificare i dati, importunando di tanto in
tanto le ragazze dell’ufficio vendite perché stampino questo o quell’altro ed io
vorrei dirgli che tanto non serve.
Lasciatele stare. Sono impiegate non prestigiatori, non tirano fuori, in questo
caso i numeri dal cappello. O almeno non ancora.
Non ho una segretaria perché da noi solo
il Direttore Generale ha la segretaria.
Che non è giovane e non è nemmeno gnocca.
Anzi, ha un carattere pessimo e come i francesi manca totalmente di senso
dell’umorismo.
Si chiama Sofia. Anche il nome ha la puzza sotto il naso.
In compenso ho Alessandro Bono, il mio braccio destro, il mio faro nella nebbia,
il mio fratello di nottate tra numeri e calcetto.
Ha 38 anni come me e suona il basso per sport. E’ sposato con Alice che ha
conosciuto in Prisme quando lui era un giovane venditore rampante e lei una
stagista al marketing.
Sono belli. Stanno bene. Mi danno l’idea di amalgamarsi senza fatica, senza
nevrosi, senza dubbi.
Di Alessandro mi fido, mi ricorda un po’ Russel Crowe in “Il Gladiatore” quando
parla con i suoi uomini, è talmente convinto e dritto come un fuso che non posso
far a meno di intonargli la colonna sonora quando la riunione finisce.
E’ da lui che vado per calmarmi. Adesso.
“La intoniamo oggi o battiamo in ritirata
subito?” mi dice quando mi vede entrare.
“Dipende con quanto senso dell’ironia arriva oggi Le Gaud.”
“Se riattacca con la storia del 2 a 1 lo attacco al muro, ti avverto” mi dice
Alessandro puntandomi la matita contro. “Che cos’hai in testa, un ufo? Perché
non vai a sistemarti cazzo?”
Dimenticavo: Alessandro ha uno strano
senso dell’ordine, va bene tenere la sacca del calcetto con la roba dentro ormai
incartapecorita ma i capelli e la barba , no. Devono essere in ordine.
“ Vai da un parrucchiere subito, c’è n’è uno dentro il Centro commerciale qui in
parte”
Un’altra delle sue caratteristiche: dare indicazioni precise. “Qui in parte” per
lui è un’indicazione più che sufficiente ad indirizzare una persona nel luogo
desiderato.
Siccome so di essere indecente decido di andarci. Magari dopo il caffè.
Alle 11,30 siamo già come quei polipi appesi alle piante di fico ad essiccare che ogni tanto si vedono in Grecia o in Sicilia. Mosci, bagnati e rassegnati.
Nessuno dei reparti può dirsi salvo.
La produzione è in ritardo di un mese
sulle consegne della linea di punta, e su altre referenze siamo in rottura di
stock, il recupero crediti segnala un aumento esponenziale dei giorni di
esposizione globale, le vendite sono sotto la media pari periodo anno precedente
del 40%.
Possiamo dire che non è colpa nostra. Possiamo dire che questa politica
commerciale noi non l’abbiamo scelta ma ce la siamo trovata.
Diminuirebbe l’entità della nostra presunta colpa? Io, non credo.
Queste cose sono come il Cubo di Rubick, puoi rigirartelo tra le mani per ore ma se non hai il metodo e un po’ di culo, puoi continuare a rigirartelo tra le mani per tutta la vita.
Mentre penso al Cubo di Rubick sento di non riuscire a respirare, devo uscire, devo alzarmi perché mi sto innervosendo e questo ha sempre effetti nefasti sulle cose e persone. Scollegare il cervello dalla bocca non va bene durante una riunione coi capi.
Vado a tagliarmi i capelli al Centro commerciale “ lì in parte”.
A parte che potrei prendermi la broncopolmonite con tutti questi sbalzi di temperatura. Oggi è il 1 di Marzo e ci sono 22 gradi, non so perché dentro a questa fucina di frustrazioni che la gente comunemente chiama “centro commerciale” hanno già acceso l’aria condizionata.
E’ curioso, a guardarsi intorno sembra
che la povertà non esista. Scrivono continuamente articoli sullo stato
allarmante di povertà in cui versa l’Italia e poi guarda qui, è pieno di gente
che compra a ciclo continuo.
Mentre cammino sotto alle luci al neon guardo fuori dai vetri. Vetri sul soffitto, vetri alle pareti, un mondo ovattato che divide il rumore dal rumore, che filtra la luce che non ti fa capire che tempo fa, che non ha spazio né tempo e parla con la pubblicità.
Mi sento un pollo da allevamento.
Agitato. Strangolato.
Dove diavolo è il parrucchiere?? Alessandro ha certamente sbagliato centro
commerciale, qui più che slip e creme qui non vendono.
Accanto ad un enorme chiosco con tanto di gazebo e tavolini modi pic-nic (Dio
che tristezza) c’è il parrucchiere. Da DONNA. Mi sento disperato.
Perché lo ascolto? Perché credo ancora che Alessandro sia attendibile?
Mentre mi volto per tornare in ufficio
vedo che dentro al salone del parrucchiere
c’ è un tizio con la gazzetta in mano che aspetta.
Forse c’è una speranza. Guardo
l’orologio. E’ mezzogiorno, mezz’ora e sono fuori.
Mi fiondo dentro, trafelato e compiendo un mezzo giro su me stesso alla ricerca
di qualcuno mi ritrovo davanti questa similbionda lampadata con le unghie lunghe
e squadrate che mi chiede sorridendo “Cosa deve fare?”.
“Secondo lei cosa devo fare??” vorrei
risponderle ma in fondo sono un bravo ragazzo e le sorrido di rimando mentre le
dico -“Devo solo darmi una sistemata”.
Lei mi guarda con la testa un po’ inclinata e poi mi fa accomodare al lavateste,
accanto ad una signora piena zeppa di carta stagnola.
Noi uomini non dovremmo assistere ai
“lavori in corso”. Voglio dire, una bella donna è una bella donna, ma vedere il
“prima” di diventarlo non è poi così affascinante.
Anzi. Fa paura.
Mentre fisso la stagnola sulla testa della signora delle dita mi accarezzano i
capelli.
Dallo specchio di fronte a me vedo una brunetta con i capelli corti e una
mollettina in testa a tenere fermo il ciuffo.
Ha un bel fisico, dal mezzo busto che vedo e poi sotto il grembiule ha questa maglietta che in effetti è un po’ scollata.
Come si fa a non guardare??
Ho sempre pensato che fosse diabolico quel gesto che molte donne fanno quando si mettono delle gonne corte e passano il tempo a tirarsele giù o quando si mettono le magliette scollate e passano il tempo a tirarsele su o si mettono qualcosa davanti quando si devono piegare. E’ peggio, voglio dire.
Quando mi lava i capelli lo fa
gentilmente, massaggiando le tempie, la nuca, facendo pressione con le dita
sulla fronte.
E’ bellissimo. Vorrei stare qui per sempre. Mi sciacqua delicatamente, senza
gesti bruschi, senza fretta.
Quando mi chiede di alzarmi non sento, ho gli occhi chiusi e sono in un altro mondo dove non ci sono riunioni ed è tutto facile.
“Mi scusi” dice lei dopo avermi asciugato
“si puo’ accomodare là, io arrivo subito” e mi indica una sedia all’angolo del
negozio.
Mi sento un po’ cretino, ma non capisco bene perché. In questi posti loro
comandano e tu esegui. Bisogna stare attenti.
Mi siedo e la guardo dallo specchio.
Ha una bella figura, un bel fondoschiena. Non è bellissima ma ha qualcosa quando
si muove che sembra riempire tutti gli spazi. Il suo sorriso è malizioso ma al
contempo sincero.
Mi fa pensare che se le chiedessi di uscire mi direbbe di sì, senza pensarci.
Il cellulare rompe brutalmente le mie fantasie. E’ Alessandro Bono.
“Pronto.”
“L’hai trovato allora?” mi chiede mentre mastica qualcosa.
“Fai schifo a dare indicazioni, la prossima volta mi porto il navigatore”
“Le Gaud arriva con un’ora di ritardo, la sua segretaria ha appena chiamato”
“Ah bene, così magari ho il tempo di mangiare qualcosa”
“Quante probabilità ci sono che cada?” mi chiede Alessandro sempre biascicando.
“Cos’è che dovrebbe cadere??”
“Il suo aereo privato”.
Mi viene da ridere e la brunetta si sta avvicinando con un paio di forbici in
mano, ha in vita un piccolo grembiule con spazzole e altri aggeggi che
ondeggiano al ritmo dei suoi fianchi. C’è scritto Betty sul grembiule.
“Sì ok Ale, ci vediamo tra 20 minuti” e riattacco.
Lei mi si mette dietro, mi passa le mani tra i capelli e mi dice sorridendo:
“Come li facciamo?”.
Quando ha finito di phonarmi, nella mia testa abbiamo già fatto tutto, in ogni
modo, in ogni luogo e adesso sazi, ci salutiamo.
E’ stato bello, Betty.
Prima di tornare in ufficio mi fermo al
chiosco virtuale con i tendoni rossi per prendere un toast e mentre sono in coda
vedo lei, Betty, che prende un caffè .
Sta parlando con il ragazzo che fa i caffè.
Non ha un brutto profilo e poi ride spesso. Sembra serena.
“Due euro e 50 grazie” mi dice la cassiera. Ma evidentemente non sento.
“Signore?!” mi ripete lei mentre alle mie spalle qualcuno sbuffa di impazienza.
“Certo, mi scusi” – “Quant’è??” Coglione. Sono un coglione.
“Due euro e 50, grazie” dice lei guardandomi seccata
Frugo nelle tasche, niente. Sono costretto a darle 50 euro.
“Non ha cinquanta centesimi?” dice battendo cassa
“No, mi spiace”
“Ecco a lei, buona giornata” dice mentre mi rende scontrino, monete e banconote
in un mucchio selvaggio sopra un piattino minuscolo - “Prego a chi tocca??”
Mi sposto mentre tento di rimettere in ordine il resto, la moneta mi cade come
succede sempre quando ho fretta e c’è troppa gente intorno. Il che mi fa
incazzare ancora di più.
“Che palle!”
“Oggi non è la tua giornata vero?” mi dice Betty porgendomi le mie monete
Ha gli occhi scuri, grandi, e qualche
ruga di espressione intorno.
“No. In effetti no.” – “Grazie” dico prendendo la moneta. Mani lisce, gentili.
“Quando sei nato?” mi chiede guardandomi senza incertezze.
“Oh, beh. Parecchi anni fa”- (Idiota!)
“Intendo il mese”- mi dice lei e si mette a ridere. Deve aver capito che sono un
idiota.
“Certo. Il mese. Sono di maggio. Cinque maggio.” Tento di riprendere controllo
sulla mia gestualità che deve sembrare sincopata.
Non so dove ho messo le monete, mi guardo intorno. Adesso ho le mani piantate
sui fianchi. Vorrei non averle le mani, in certi momenti sono di troppo.
“Toro. Si capisce subito” – “Questo è un anno fortunato per i Tori” lo dice con
tanta convinzione che sembra quasi seria.
Ha le labbra rosa, pronunciate ma non volgari. Le sto fissando e me ne rendo
conto ma non posso fare a meno di farlo.
“Sei in pausa pranzo?- Mi chiede sorridendo con l’aria di chi sa di essere
guardata.
“No, cioè si. Quasi” – “Volevo mangiare qualcosa al volo e poi tornare in
ufficio” mi ricordo in quell’istante che devo prendere il toast e che non so
dove ho messo lo scontrino.
“Ti faccio compagnia. Ho ancora qualche minuto di pausa” e mentre lo dice mi
appoggia la mano sul braccio, poi mi guarda e capisce che sono frastornato,
imbarazzato completamente in panico.
Perché mi fa questo effetto??
“Non trovi lo scontrino vero?” e il suo
braccio fa il giro, intorno al mio. Poi mi lascia e fa un passo indietro
allungando la mano “Piacere di averti conosciuto Toro, spero di rivederti”.
Le stringo la mano. La guardo allontanarsi, ondeggiante e naturale in quello
spazio.
Le vorrei dimostrare che so essere anche molto più sicuro di così ma resto lì
impalato davanti al chiosco con le tende rosse a guardarla andar via.
Ciao Betty.
Ciao toast.
Nel mezzo del vociare mi sento pesante,
inchiodato alla terra. Inquieto.
Adesso mi muovo perché c’è una riunione ed io non posso permettermi di star qui
come un idiota a guardare una parrucchiera che flirta con i clienti.
Purtroppo.
Alle 21,00 la sala riunioni sembra un campo di battaglia.
Ci sono ovunque sul tavolo tazzine di
caffè consumati e non, bottiglie d’acqua, fogli e grafici abbandonati, penne
prive di cappuccio, pallottole di carta a quadretti giacciono ai piedi dei
cestini, le sedie sono rivoltate all’esterno, il proiettore è ancora acceso e il
logo windows viaggia sereno in qua e in là sulla parete.
La filp chart mostra dei numeri inquietanti e quello che succederà alla Prisme
Italia è proprio lì sotto, dove la curva discende. Sembra talmente curva che
sembra inabissarsi oltre il foglio, sotto il pavimento, giù per le scale in
mezzo alla strada. Al centro del mondo.
“Beviamo qualcosa?” è la voce di Alessandro Bono, dal fondo della sala.
Si è tolto la cravatta ed è senza giacca.
Mezzo stravaccato sulla sedia si rigira la matita tra le mani. E’ stravolto.
Mi passo le mani tra i capelli freneticamente, mi rilassa.
Mi sembra di togliermi dalla testa i problemi per una frazione di secondo.
Però quando smetto sono ancora lì. Dodici anni di lavoro per nulla. Sta andando
tutto a puttane e la colpa non è nostra. Noi dobbiamo pagare per gli errori
degli altri.
Noi siamo il capro espiatorio di un metodo non deciso da noi e che ci porterà a
chiudere in negativo. E poi saranno dolori.
“Al diavolo questi francesi di merda”
“Fanculo la Marsigliese e la Quiche Lorraine” risponde Alessandro
“Fanculo le baguette e la Tour Eiffel” mentre lo dico mi viene da ridere
“Chi cazzo puo’ avere un monumento così stronzo se non loro?” – “Sembra una
supposta gigante” Alessandro ha le lacrime agli occhi.
Ci alziamo e ce ne andiamo. Lasciando
tutto acceso.
Parecchie ore più tardi, mentre faccio
ritorno a casa mi sento incazzato.
E’ come se avessi sulle spalle 20 anni in più di vita e zero gratificazioni.
Probabilmente tra qualche tempo dovrò andarmene prima che i francesi mi pongano
il benservito e questo mi fa salire il sangue al cervello.
Pagare per gli errori altrui non mi è mai piaciuto e certamente non è un
compromesso che sono disposto ad accettare.
Anzi, dovrei dire che questo è l’ennesimo compromesso che NON SONO disposto ad
accettare.
Ho quasi 39 anni, una moglie, un figlio, una tartaruga , una macchina ed un
mutuo da pagare almeno per i prossimi 10 anni.
La vita.
Quand’ero bambino ero convinto che io avrei cambiato le cose. Nel mondo intendo.
Non so perché ma ero convinto che a volere intensamente qualcosa si finiva per
ottenerla.
Tutto perché una sera ero rimasto a casa da solo e mentre aspettavo che mia
madre rincasasse era andata via la corrente. Ricordo di essermi precipitato sul
balcone per vedere se lei arrivava, fissavo il portone e mi ripetevo che da lì a
qualche momento sarebbe comparsa. Sarebbe arrivata. E lei arrivò.
Il bello di tutta la faccenda è che mentre con gli anni la paura del buio è
svanita, la sensazione di onnipotenza, no.
Da qualche cassetto della mia testa esce Betty, con la sua mollettina in testa e
le labbra rosa. Ho voglia di stringerla e di non raccontarle nulla di me né
sapere nulla di lei.
Ho voglia che sia mia, per un minuto oppure un ora e che poi sparisca da dove è
arrivata.
Che razza di nome è Betty?
Giravolta
Per la prima volta vado in un Motel. E’
poco lontano da Milano, nascosto nel verde. Sembra di essere in un condomino di
villette monofamiliari con l’unica differenza che il posto auto è coperto da un
tendone.
Betty è in bagno e mentre guardo i suoi vestiti a terra ripenso al modo in cui
siamo finiti qui.
E’ stato un attimo.
Sono andato a prendere il detersivo dopo che Cristina mi ha chiamato dicendomi
se potevo farle questa cortesia e mentre pagavo alla cassa l’ho vista uscire dal
suo negozio.
Doveva aver finito il suo turno perché aveva il soprabito e le scarpe con il
tacco. Una piccola borsa dorata le dondolava sulla spalla.
Lei mi ha guardato e mi ha sorriso rallentando il passo.
Siamo usciti assieme, io con il mio sacchetto del supermercato arrotolato al
polso e la borsa porta pc a tracolla.
Non sapevo che cosa dirle, cioè, avrei voluto ma, non lo so, in realtà non avevo
nulla da dirle se non che mi piaceva, mi attirava e avrei voluto davvero tanto
portarmela a letto.
Ma non si puo’ dire ad una donna una cosa del genere giusto?
Sbagliato.
E’ stata lei a dirmelo. Parola per parola quello che avevo pensato una frazione
di secondo prima.
Per tutto il tragitto non abbiamo parlato. Non abbiamo parlato nemmeno quando ci
siamo trovati nudi uno davanti all’altra.
Abbiamo fatto parlare loro, i nostri corpi, che sapevano cosa dirsi a quanto
pare e non solo lo sapevano meglio di noi e più di noi ma anche in modo più
completo.
Senza esitazioni né pause.
Loro si conoscevano. Non so come sia potuto succedere ma è stato come se si
fossero appartenuti da sempre.
E adesso che sono lontani, non ho nulla
da dire a Betty. Lei che ora esce dal bagno senza nulla addosso ed è naturale, a
suo agio.
Chi è questa donna che si sdraia vicino a me e mi guarda? Quanti anni ha? Si
chiama davvero Betty?
“Da quanto sei sposato?” mi chiede
mettendosi su un fianco.
Faccio un lungo sospiro.
“Da sei anni” - “ Tu sei sposata?”- vorrei che mi dicesse di sì.
Che non mi chiamerà mai nel cuore della notte né bollirà in pentola l’ipotetico
coniglio di mio figlio.
“No. Ma lo sono stata fino ad un anno fa”
Ha dei modi rilassanti, mai tesi. Questo mi piace, mi fa sentire tranquillo. Mi
dice che non devo preoccuparmi. Ma forse mi sbaglio. E’ una tattica. Dopo si
rivelerà un mostro, una stronza senza fine che mi leverà tutto.
“Hai dei figli?”
“Sì, uno. Si chiama Lorenzo. Ha due anni” – ti rendi conto che stai raccontando
i fatti tuoi ad una che non sai nemmeno se si chiama Betty oppure no?
“Ti chiami Betty?” - le chiedo - “Mi sono accorto di non avertelo chiesto
l’altra volta”.
Sono un mostro, è ufficiale. Lei si mette a ridere. Non sembra arrabbiata.
“NO! Per carità! Betty è il nome della ragazza che ho sostituito per maternità”
– “Mi chiamo Elena. “
Ecco. Lo sapevo. Dovrò rifare tutti i miei filmini mentali con il nome giusto.
“Preferivo Betty, comunque.” Dico per
sdrammatizzare.
Anche se poi tanto drammatico non è. Si tratta solo di un’altra delle tante
nevrosi della società contemporanea. Che cazzo di differenza fa sapere il nome
di una che tanto non conosci DOPO che ci sei andato a letto? I cani e i gatti si
chiedono forse il nome prima di accoppiarsi??
“Già, Betty rende l’idea” . La vedo alzarsi, così com’è. Non deve avere più di 30 anni.
La vedo infilarsi gli slip i jeans
mettere il reggiseno in borsa e allacciarsi la camicia.
E’ bella. No, non è bella ma io la trovo bella.
Prima di salutarci, davanti alla fermata
del metrò che Elena deve prendere penso di dirle che non è il caso di vedersi
ancora.
Mi sento uno stronzo.
Come si fa a dire ad una che ti sei appena portato a letto che è stata solo una
botta e via quindi niente bacini e bacetti e quando ci vediamo?
“Quando ci vediamo?” - mi sento dire senza guardarla
“La prossima volta” - mi risponde Elena sorridendo mentre chiude lo sportello.
Poi s’imbuca giù, nella gola della linea Uno.
Quella sera a cena Cristina mi dice che
sono silenzioso, un po’ assente, un po’ stronzo aggiungerei io.
Ma forse mi sento così perché mi hanno insegnato che dopo una “cattiva” azione
mi devo sentire male.
Dopo aver tradito qualcuno DEVI necessariamente pagare il tuo tributo di
sofferenza psicologica alla Società e a Dio.
Questo pensiero mi sfiora stasera, mi ha sfiorato in Novembre all’aeroporto di Parigi mentre aspettavo il volo per Linate che mi avrebbe riportato a casa, da Cristina e Lorenzo mentre Elena guardava di là, seduta accanto a me.
Nei miei viaggi di lavoro finti e in
quelli veri non ho mai pensato di fare del male.
Mi sono strafogato di cono al cioccolato e panna per un po’, senza colpa e con
qualcosa che somigliava tanto al sentimento.
Dico somigliava perché ancora adesso non lo so, cos’era quella cosa lì che
sentivo per lei, Elena e per loro, Cristina e Lorenzo.
Una, due, tre, cento balle intorno a me.
Una per me, le altre per te diceva una sorta di cantilena dei tempi in cui
andavo a scuola.
Un passo di lato
Poi un pomeriggio rientro da Linate, un
po’ in anticipo rispetto al previsto.
Tra un mese è Natale.
Ho ricevuto una mail di Cristina mentre ero a Parigi in cui sorridente mi
racconta le richieste di Lorenzo a Babbo Natale.
Entro in cucina e inizio a scartabellare tra le varie buste che ho trovato nella
casella della Posta. Mi chiedo per quale motivo dovrei adottare un Canguro Nano
in via d’estinzione?? Mentre penso stupidamente assorto se sia davvero un buon
investimento sommergere il cittadino di lettere pubblicitarie mi accorgo che sul
mio estratto conto compaiono svariati pagamenti con carta al Motel Il Parco.
Mi guardo intorno inorridito. Che cazzo combinano questi idioti?!
Inizio a pensare a quando può essere arrivato l’estratto conto precedente, in
effetti non mi sembrava di averlo visto.
Sono fottuto. Lei lo sa, lo sa.
Una stretta mi ha afferrato lo stomaco, Cristina stasera non tornerà e nemmeno
Lorenzo. Se ne sono andati.
Ripenso alla mail di ieri sera. Quella mail sorridente e distesa.
Non può averlo scoperto.
Abbasso gli occhi per la seconda volta sull’estratto conto che tengo mezzo
appallottolato nella mano destra.
Guardo i movimenti: 22/10/07 70 € Motel Il Parco, 23/10/07 70 € Motel Il Parco,
24/10/07 Motel Il Parco. …
Il 24 Ottobre ero a Parigi non a Milano.
Guardo il nome sull’estratto conto .
Certo.
Quando la stanza smette di girare nel suo tango ridicolo penso alla filastrocca
stupida delle elementari…Una, due, tre, cento balle intorno a me. Una per me, le
altre per te. Sto ridendo. Sto ridendo. Sto ridendo.
Anche oggi, ripensando a quel momento
stringo le mani nelle tasche, mi guardo dentro, mi guardo indietro, mi guardo di
lato e giro attorno. Sorridendo.