5° EDIZIONE CONCORSO LETTERARIO ONDA D'ARTE - SEZIONE RACCONTI INEDITI
I partecipanti dovevano obbligatoriamente ispirarsi a un incipit tratto dal romanzo "I contorni dell'ombra", Ennepilibri 2008, di Maurizio Pupi Bracali.
1° classificato: L'APPARTAMENTO di Valter Ferrari, Tortona (Al)
Di quella pianta non aveva mai saputo il nome. L'aveva trovata lì, su quel terrazzo assolato incastrato tra i tetti tegolosi del centro storico, quando era venuto a vivere in quella casa al terzo piano senza ascensore.
La camera ha tende, appese alla finestra, leggere e sottili come veli, increspate e stinte nei loro disegni a cerchi concentrici simili ai bersagli dei tiri nei luna park. Ondeggiano lievi come fantasmi, in un filo d'aria appena sospirato tra le trame sciupate degli infissi. C'è un letto a due piazze, di ferro battuto, cigolante nella sua testiera ballerina con un medaglione laccato di cherubini sognanti, e un materasso sfatto a righe larghe, bianche e blu, soffocato dalla polvere come un piumino nella cipria. Sono rimasti anche i comodini, bassi, di legno chiaro, con le antine socchiuse e un orinale dentro e, sul pavimento .di graniglia, ingombra il passo, un tappeto sfrangiato, srotolato per metà e ingrigito negli anni. Chi abitava questo appartamento ha lasciato tracce impalpabili. Impronte più grandi oppure più ridotte, stampigliate alle pareti, alcune sospese altre appoggiate a terra, tingono in chiaroscuro la sfiorita evanescenza di una tappezzeria di boccioli di rose e di giunchiglie, accartocciata in lembi penzolanti. Sono ombre di cornici e di tele, di modeste stampe, ordinate in terzine oppure a coppie, il contorno panciuto di un barometro appiccicato ad un tramezzo, i segni dell'imperfetta simmetria di due applique ai lati di quello che doveva essere uno specchio, messo lì per dare luce e spazio ad un angolino spento dell'ingresso. Certi accenni rivelano dov'era una credenza, uno stretto guardaroba, forse una cassettiera, abbozzano le linee accostate dei ripiani di una libreria.
E' vuota da tempo questa casa, all'ultimo dei piani di un palazzotto ammuffito del centro. L'aria pesante che la opprime ha il sentore di vecchio e d'appassito, lo stantio amaro del chiuso e del distacco, soffocante è l'invadenza del suo silenzio, anche il monotono gocciolio di un rubinetto pare il lacrimare composto di una veglia.
Ho spalancato le persiane al sole di un maggio fiorito e alla vista di una distesa infinita di tetti dai coppi macchiettati, curiosando tra i cortiletti ombrosi e le piazzette raccolte della città vecchia, nell'abbaglio della cupola policroma, incastonata come gemma, tra le cuspidi barocche della cattedrale. Immagino che davanti a questa finestra del salotto fosse stata messa una poltrona, un'ottomana dai colori tenui, un lilla sbiadito o un verdolino acerbo, con un tavolino accanto e forse una rivista, un giornaletto pettegolo, una bomboniera sbeccata oppure ,la maiolica di un vasetto ricamato. E penso a come, per una vita intera, avesse guardato fuori, in certe giornate trasparenti di primavera o nella dissolvenza di tanti pomeriggi nebbiosi, quel ritaglio di mare che sfuma l'orizzonte, nella vana attesa di un ritorno, di un'anonima telefonata, di una lettera d'addio.
Ci sono indizi che suggeriscono abitudini e capricci, pignolerie, come le mollette da bucato, perfettamente ordinate, in una scatola di scarpe, la compiacenza per una marca di profumo, dimenticato a gocce in un boccetto, un pettine di madreperla con il suo astuccio trasparente, qualche saponetta alla lavanda ancora impacchettata, i bigodini in un sacchetto, una vaporosa mantellina appesa ad un gancio, sulle piastrelle confetto di un bagno intartarito.
Sono rimaste poche cose, in questa casa spogliata, trascurabili nullità lasciate da una mano furtiva, eppure così vere ed allusive per chi, come me, ha bisogno di sapere.
Una decrepita macchina per cucire a pedale, abbandonata da tempo in un ripostiglio cieco, e rocchetti di filo, aghi, elastici, cerniere e spilli in una cassettina di legno, i fogli sottili tratteggiati dei figurini in una cartellina, scampoli di seta, forbici arrugginite e gessetti spuntati danno l'idea del lavoro di una sarta, di una rammendatrice, di una modellista. La penso, con un paio d'occhialini sul naso, china ad imbastire orli a pantaloni, ad attaccar bottoni, ad impunturare giacche, a scucire errori, un risvolto mal fatto, l'arricciatura molle di una camicetta, l'audacia di uno spacco troppo aperto in una gonna.
Sono salito a vedere questo appartamento da solo. Ho ritirato le chiavi dal portiere, acido e scontroso, di poche parole. Terzo piano, interno nove, un'interminabile sfilata di gradini precari, una scala angusta e cupa, un lucernario di vetri a losanghe appena accostato e pianerottoli con solitarie piantine spoglie ed avvizzite, una carrozzella, l'odore della minestra e del soffritto filtrato dagli stipiti di portoncini inconsistenti con qualche nome esotico scritto malamente sulle etichette sghembe dei campanelli. Sono salito lento, con il passo pesante della mia corpulenza e della mia età, per incontrare qualcuno.
Della cucina non hanno lasciato nulla. Chi ha saccheggiato questa casa, con la scusa di una custodia cinica e venale, l'ha fatto nella certezza che nessuno l'avrebbe più pretesa e tanto meno abitata. C'è uno scatolone, proprio sotto il lavandino dove gocciola tedioso il rubinetto, di quelli grandi e resistenti dell'imballo dei televisori, chiuso alla meglio con una cordicella.
Un colapasta, dei mestoli di legno, un' apriscatole antiquato, una caffettiera, quel che resta di un servizio di posate, sette bicchieri spaiati, una manciata di tappi di sughero, un ferro da stiro, un ventaglio con il leone di San Marco, alcune scatolette di medicinali, un crocifisso, un album di fotografie, inutile ciarpame per l'occhio lungo del portiere.
Poche, rare istantanee in bianco e nero di una giovane donna, con i lunghi capelli raccolti in una crocchia e grandi occhi persi nel vuoto, un mezzo sorriso d'insopportabile lontananza, un volto magro, affilato, quasi d'imbarazzo o di circostanza. Altre, a colori, in un'età matura, nell' effervescenza di una gita a Venezia. Una sola, ingiallita, fotografia di un marinaio in divisa. C'è un calendario alla parete fermo all'ultimo settembre.
Ho riconosciuto subito la scrittura, nelle brevi annotazioni appuntate sulle sue pagine leggere; un numero di telefono, .un nome, una scadenza, un indirizzo. La stessa calligrafia minuta di quelle lettere senza nome, colme d'amore e di disagio, che ricevevo quando ero bambino. E ho rivolto lo sguardo verso il mare, da cui sono venuto per metà, la travolgente passione di una notte e tante promesse infrante, e poi oltre le colline, là dove il sole andrà a morire, alla Divina Provvidenza, dove mi hanno cresciuto. Ho una moglie e un lavoro arrabattato con fatica, vivo in affitto da una vita. Questo appartamento diventerà la nostra nuova casa, arrivata qualche settimana fa con la fredda raccomandata di un notaio, l'inaspettata volontà di una sconosciuta. Adesso so com'era, dalle poche cose lasciate in questo appartamento che mi parlano di lei, ho dato dell'acqua a quella strana pianta sul balconcino, miracolosamente sopravvissuta, come me, ad una stagione difficile e ho trovato la forza e la pietà di perdonare mia madre.
2° classificata: IL NOME INCISO SULLE FOGLIE di Fiorella Borin, Milano
Di quella pianta non aveva mai saputo il nome. L'aveva trovata lì, su quel terrazzo assolato incastrato tra i tetti tegolosi del centro storico, quando era venuto a vivere in quella casa al terzo piano senza ascensore.
L’aveva annusata ed era rimasto piacevolmente sorpreso dal profumo delicato che emanavano le foglioline di un verde tenero, di erba nuova, cresciuta dopo un temporale. Sapevano di menta, sapevano di rosa, sapevano di sole. Di quelle foglie aveva esaminato la forma aiutandosi con la lente di ingrandimento che teneva sempre in tasca, perché la sua vista era sempre più offuscata; era rimasto stupito scoprendo che, al posto della nervatura, su ciascuna di esse si ripresentava lo stesso disegno, armonioso e incomprensibile come una firma scarabocchiata in fretta.
Aveva sceso quasi di corsa i tre piani di scale e, con il vaso premuto sul petto e una banconota da cinque euro bene in vista, aveva chiesto informazioni al portinaio. “Scusi, Cesarino, sa per caso il nome di questa pianta?”
Cesarino, un ometto panciuto, sguardo liquido e pochi denti, perlopiù traballanti, aveva scrollato le spalle. “Cossa vol che ghe ne sappia mì de piante. Mi fasso el portier, miga el botànego.” Giusto, ammise lui, incassando la delusione: diamo al portiere quel che è del portiere, e al botanico quel che è del botanico. Così si rimise in tasca i cinque euro che avrebbe meritato il botanico e che di conseguenza non spettavano al portiere, e risalì le scale fermandosi a ogni pianerottolo per tirare il fiato e rinfrancarsi annusando la pianta, che ora sapeva di lillà, ora di glicine, ora di mentuccia. Erano profumi inebrianti, che lo confondevano e gli procuravano una sottile inquietudine.
Rientrato nel suo appartamento, sacrificò una zuppiera, l’unica del suo magro corredo di vedovo, affinché la pianta avesse un degno sottovaso. Curvo sul terrazzo, la innaffiò, spiando a labbra strette la velocità con cui le radici assorbivano l’acqua e ne reclamavano dell’altra. Il rosso del tramonto incendiava le tegole delle case vicine: sarebbe stato uno spettacolo magnifico, se lui avesse alzato la testa e si fosse accorto delle variazioni di colore, dell’ultimo sperpero di luce operato dal giorno che andava a finire; ma lui si perse lo spettacolo e rimase a sorvegliare la pianta senza nome, felice di essere là a carezzarle le foglie e a cavarle la sete.
Era già scuro, quando si decise finalmente a svuotare le valigie e a riporre nell’armadio i pochi vestiti che gli avevano tenuto compagnia negli anni in cui aveva fatto il maestro elementare. Gli sarebbe piaciuto invecchiare assieme a quegli abiti modesti, nella sua casa affacciata sui boschi del Trentino; soprattutto gli sarebbe piaciuto invecchiare assieme alla moglie, ma il cuore di Adele si era fermato all’improvviso una mattina in cui sembrava non dovesse succedere niente, e invece era successo che lei aveva continuato a guardarlo anche quando non poteva più vederlo, ed era stato lui a chiuderle gli occhi.
Aveva resistito nella casa affacciata sui boschi solo fino al giorno dei funerali di Adele. Ci era stato bene, là dentro; gli era persino sembrata una bella casa. Ma, morta lei, si era trasformata in un sudario. I quadri avevano perso colore, le pareti si erano ingrigite, i mobili si erano mutati in catafalchi funebri, i tappeti gli tendevano perfidi agguati per farlo inciampare, la zuccheriera d’argento aveva smesso di brillare. Il suo non era stato un trasloco, ma una fuga.
Quell’appartamento ammobiliato al terzo piano senza ascensore, gli era stato segnalato da un ex collega, che arrotondava la pensione procurando clienti all’agenzia immobiliare gestita dal nipote. Due mesi anticipati, stretta di mano, firmi qua, un’altra firma là, ecco le chiavi, il custode si chiama Cesarino. Non c’è bisogno di tante parole, quando dall’altra parte della scrivania c’è un vecchio che in tre giorni si è consumato gli occhi a forza di piangere. Basta che i soldi ci siano tutti e le firme siano al posto giusto. Non ci camperà mica tanto, quello lì, senza la moglie e senza l’ascensore, vedrai che fra sei mesi, massimo sette, un anno a farla larga, ci toccherà trovare un altro affittuario. E lui, che forse aveva sentito o forse no il cinico parlottio dell’ex collega con il nipote, lui aveva ringraziato ed era uscito dall’agenzia tenendo la mano premuta sulla tasca in cui stavano al sicuro le chiavi di quell’appartamento incastonato tra i tetti, dove c’era ad aspettarlo una pianta senza nome.
Fu un sonno agitato, il suo primo sonno nella nuova casa. All’alba, la fessura di luce che tagliava in due la stanza gli portò il ricordo di una novella antica, letta ai tempi delle magistrali. Si raccontava di una ragazza a cui i fratelli avevano accoppato il fidanzato; in un crescendo di imbecillità feroce, gli avevano mozzato la testa e l’avevano interrata in un vaso, su cui avevano piantato un rosmarino. Il vaso lo avevano poi regalato alla sorella, e lei a quella pianta si era così affezionata da non riuscire a separarsene neanche per un minuto. L’accarezzava, le parlava, se la teneva sempre accanto. Finché, un brutto giorno, riconobbe nel fogliame il viso dell’uomo tanto amato; e quando sotto le radici del rosmarino fu trovata proprio la sua testa, non vi fu scampo né pietà per gli assassini. Era una novella crudele, a cui non ripensava più da sessant’anni buoni.
Si alzò così bruscamente dal letto da avvertire un capogiro, si aggrappò al comodino, poi all’armadio, quindi alla mensola sgombra di tutto fuorché di polvere, e a tastoni raggiunse la porta del terrazzo, la aprì e, anziché guardare il cielo, cercò la sua pianta. Sospirò di sollievo, vedendo che stava bene. Profumava di limone, adesso. Si sedette sulla sedia di ferro smaltato di bianco che arrugginiva in un angolo e, con la pianta sulle ginocchia, chiuse gli occhi e si appisolò, finalmente placato, finalmente sereno.
Lo svegliò il bruciore del sole sulla testa sguarnita di capelli. Depose con cautela a terra il vaso e si rimise in piedi, stirandosi; uno sbadiglio, un altro, e l’aria sapeva di lavanda, un profumo leggero come un bacio a fior di labbra. Il bacio del buongiorno che gli dava Adele.
Trascorse l’intera giornata alla biblioteca comunale, sfogliando prima antichi erbari, poi consultando nuovissimi testi di botanica, due paia di occhiali arrampicati sul naso, la lente di ingrandimento appannata dal suo respiro affannoso. Non trovò nulla. Nessuna pianta catalogata da intere generazioni di botanici aveva le caratteristiche della sua pianta. Nessun ghirigoro arcano al posto delle nervature, nessuna così sbalorditiva varietà di profumi erano mai stati descritti in quei testi ponderosi. Il nome della pianta continuava a rimanere un mistero.
Ne uscì provando non frustrazione,
ma sollievo. Si sentiva un prediletto dalla sorte, che solo a lui aveva offerto
un dono tanto prezioso. Gli venne persino voglia di mettersi a cantare.
Era il tramonto, quando rincasò. E ancor prima di mettere sul fuoco il pentolino
d’acqua per la consueta minestrina di dado, si preoccupò di controllare se la
pianta stesse bene, o non avesse invece patito il caldo e la sete, oppure
fossero venute a darle noia le formiche, o l’avessero infastidita le scorribande
dei piccioni. Non riuscì a trattenere un grido di meraviglia. La pianta si era
coperta di minuscoli boccioli, che avevano il profumo degli aghi di pino.
Bastava chiudere gli occhi per credere di trovarsi in un sentiero di montagna. E
il vento, che faceva tremare le antenne e scuoteva i panni stesi ad asciugare
sulle vicine terrazze, gli portava il familiare fruscio dei suoi boschi del
Trentino.
Cenò svogliatamente, troppo eccitato per prestare attenzione al cibo che si era messo nel piatto. Si sentiva il cuore stretto da un presagio.
Il fiori si aprirono tutti insieme quando la luna scavalcò il tetto della casa di fronte. Corolle rosse, delicate come due labbra schiuse per un bacio, avevano il profumo soave dei ciclamini. Lui accostò il viso alla pianta, e non ci fu bisogno di occhiali né di lenti di ingrandimento per decifrare l’enigma stampato da un timbro divino su ogni foglia. Adesso il nome compariva nitido, esatto, quel nome a lui così caro.
Il nome di Adele.
Lui sorrise, poi pianse un poco nel modo sommesso in cui piangono i vecchi, e non si asciugò le lacrime, perché erano lacrime belle.
La notte era la luna che compiva la sua pigra scalata del cielo e inondava di luce il terrazzo dove un uomo senza nome copriva di carezze una pianta. La notte era il profumo dei ciclamini, la notte era il nome di Adele inciso su ogni foglia.
Arrivò il nuovo giorno a colorare di rosa i tetti di tegole. La città si svegliava.
Seduto sulla sedia di ferro smaltato di bianco, la testa reclinata sul petto, lui pareva dormire.
3° classificata: L'ABELIA di Maria Rosaria Fonso, Adria (Ro)
Di quella pianta non aveva mai saputo il nome. L'aveva trovata lì, su quel terrazzo assolato incastrato tra i tetti tegolosi del centro storico, quando era venuto a vivere in quella casa al terzo piano senza ascensore.
“Dimmelo tu come si chiama. Sei tu l’esperta!” aveva risposto stizzito, più per la frivolezza della domanda che per il fatto di non conoscere (e di non essersi mai chiesto) il nome di quella pianta che aveva regolarmente annaffiata e liberata dalle foglie secche, (non avrebbe saputo fare di più) e che , a fine estate, gli regalava dei graziosi fiori “a trombetta”, leggermente profumati, come per consolarlo dell’autunno incipiente.
Lui era fatto così: se qualcuno entrava nella sua esistenza e aveva bisogno di aiuto, non chiedeva chi era cosa faceva dove andava. Se ne prendeva cura e basta.
E ora lei, la botanica, conosciuta ai tempi degli studi universitari, della quale era stato segretamente innamorato, era piombata nel suo appartamento alle 7 del mattino, e, tra un sai sono incinta… e il lui è già sparito alla notizia… e sai… un amore di passaggio… non so se abortire… devo decidere… qualcosa succederà… gli butta lì un come si chiama? indicando il vegetale occhieggiante dalla porta finestra; così come se fino a quel momento avessero discorso del tempo che fa o del programma visto in tv la sera prima.
“Mah!…” gli aveva risposto Lucia serafica “Dall’aspetto sembra appartenere alla famiglia delle caprifoliacee… Ehm… così, finché decido il da farsi, ho pensato di stabilirmi qualche giorno da te…!” Sguardo candido.
“Da me?!? E perché proprio da me?”
Gli occhi scuri di lei sgranati, stupiti, come se da Gabriele, non si fosse aspettata quella domanda “Perché i miei non sanno niente…glielo dirò, se mai ci sarà qualcosa da dire, più avanti. Al momento è meglio che ne restino fuori… E poi con te posso stare tranquilla… e di questo ho bisogno!” Ovvio, no!?! Quale altro motivo poteva esserci?
Lucia si guardò intorno, sistemandosi i lunghi lisci capelli neri dietro le orecchie “…Mi piace la tua casa… Solo per poco… poi… qualcosa succederà…!”
“Caffè?” Gabriele prese tempo, anche se in cuor suo già sapeva che l’avrebbe ospitata… e mentalmente stava già organizzando la sistemazione.
“No, grazie. Anche solo l’odore del caffè mi fa stare male… Ultimamente vomito spesso, soprattutto il mattino!”
Oddio! Quando qualcuno vomitava stava male anche lui! Deciso: stanza vicino al bagno!
“Sei dimagrita” le disse. “Sempre bella, comunque!” pensò
“In effetti ho perso qualche chilo… ma se decido di… di andare avanti li recupererò tutti… e in abbondanza!… Berrei un po’ d’acqua per favore”
Gabriele annuendo prese il bicchiere, lo riempì e glielo porse. Lucia lo vuotò in un sorso.
“E ai tuoi genitori cos’hai detto?”
“Che sto fuori alcuni giorni per una ricerca che devo fare per l’Università”
“Lavori?” le chiese Gabriele incuriosito.
“Nnno…loro credono di si, ma sai, non è facile! Ho fatto qualche domanda qua e là…ma ancora niente. E tu?”
“Si. Laboratorio analisi…qui, nel nostro ospedale… un colpo di fortuna…” non era vero. Aveva studiato sodo, ma stupidamente Gabriele era imbarazzato: lei non aveva lavoro e ne avrebbe avuto davvero necessità… lui aveva il posto sicuro e non era incinto!
“Non devi giustificarti!” esclamò Lucia ridendo “Vedrai, qualcosa di buono arriverà anche per me!”
Sempre la solita! La sua capacità di programmare il futuro non superava mai la soglia del mattino dopo. E se questo da un lato le impediva di valutare approfonditamente le sue scelte, dall’altro le garantiva la minima preoccupazione verso il domani.
“Il contrario di me!” realizzò Gabriele avvezzo a pianificare e a ponderare… per poi, il più spesso delle volte, dover ripianificare e riponderare a causa degli imprevisti e delle sorprese che la vita invariabilmente riserva. “Solo che l’arrivo di un figlio…!” pensò, sobbalzando dentro all’idea che Lucia doveva decidere se tenerlo o no.
E non ci poteva pensare prima di andare a letto col Tale che, sembrava chiaro, per lei era praticamente Nessuno?!?
“Ok?” chiese Lucia interpretando il suo silenzio come una pausa meditativa.
“Ok” rispose Gabriele con un tono che non tradiva i suoi pensieri “Ti porto il borsone in camera, poi vado al lavoro che è già tardi… Tu vedi come puoi sistemarti, poi quando torno…Anche in bagno, l’armadietto... vedi tu…” Prese il borsone rosso che Lucia aveva lasciato sulla cassapanca in entrata, era leggero. Se pensava di fermarsi per poco, forse aveva già deciso… !?!
“Grazie Gabriele” gli disse quando furono nella camera (quella vicina al bagno). Era dolce e sincera nella sua pelle scura che, abbinata al capello liscio corvino la faceva assomigliare a una indiana sioux “Lo sapevo che potevo contare su di te!”
Gabriele sorrise, anche se un sottile fastidio lo stava invadendo: si sentiva il classico bravoragazzo nébellonébrutto nèimpiccionenèmenefreghista néaffascinantenéantipatico il classico ragazzo talmente neutro da essere innocuo, perfetto come amico, spalla su cui piangere…e basta!
“Non devi ringraziarmi Lucia… Mmh!… Mi devi solo promettere una cosa. Che ci penserai su seriamente… valuta bene…E’ una decisione tua…lo so…io non dovrei impicciarmi, ma…un figlio…è un figlio!…Comunque sai che io ti aiuterò qualsiasi cosa farai…”
“Promesso!” disse Lucia, glielo doveva.
“Chissà!” pensò Gabriele dubbioso.
“Io torno verso le 5. Se hai fame
nella credenza ci sono delle scatolette di tonno e di sgombro, dei sottaceti e
dei germogli di soia… A dopo!”
“A dopo!” rispose Lucia e mentre la porta si chiudeva alle spalle di Gabriele,
lei si precipitò in bagno a vomitare.
Non tornarono più sull’argomento: Gabriele non voleva invadere il “sacro spazio delle scelte”.
Lei sembrava tranquilla; passava il tempo leggendo o ascoltando musica, collaborando al cibo e a tenere in ordine la casa, quando le nausee glielo permettevano. Di uscire non ne aveva il desiderio. La tv non le piaceva.
Ci pensava? Non ci pensava?
Chiacchieravano molto, commentavano le notizie del tg, si scambiavano pareri, anche confidenze, con discrezione, rispetto, amabilità glissando accortamente su due argomenti: amore e bambino in arrivo. Parlavano degli anni all’Università e degli amici, delle loro famiglie… e della pianta! Lucia si era incaponita a volerne conoscere il nome, tanto da fare una ricerca in internet: aveva persino scattato delle foto e le aveva messe in rete. “Chissà?! Qualcosa succederà!” gli aveva detto al termine di quel pomeriggio passato a fare scatti in terrazzo! Lui sbrigativo e poco paziente, lei pignola e perfezionista (non per niente era socia del Fotoclub del suo paese): sfondo, luce, posizione, angolatura… Il risultato però era stato davvero soddisfacente. E ora la pianta troneggiava su alcuni forum per appassionati botanici che Lucia conosceva da tempo.
Gabriele si stava re-innamorando di lei. O forse non gli era mai passata! E sapeva che quando lei se ne sarebbe andata avrebbe dovuto re-lottare per ritrovare un po’ di equilibrio. E tutto questo sarebbe stato un re-dolore. Che puntualmente arrivò!
Quando Gabriele tornò dal lavoro
il settimo giorno Lucia non c’era più: non c’era più il suo borsone, non c’erano
più le sue cose in bagno, spenti il computer e lo stereo, nessun libro in giro
per l’appartamento, letto rifatto… Tutto era tornato esattamente, desolatamente
come prima… no: troppo ordine, troppo silenzio, troppo vuoto! Era come se nella
sua casa, e nella sua anima, fosse passato un uragano all’incontrario, con una
non-forza talmente distruttiva da sconvolgere per l’ intattezza troppo perfetta
che aveva lasciato dietro di sé.
Con un sobbalzo del cuore Gabriele ricordò la conversazione della sera prima,
quando, tra un boccone e l’altro, Lucia, all’improvviso, “Non voglio pesare sui
miei a trent’anni! …Che cosa posso darGli? Non ho un lavoro, non ho una casa,
non è giusto, io…Cosa posso offrirgli?!?”
“Una madre!” le aveva risposto di getto e, con tono scherzoso: “E uno zio…Lo zio Gabriele!”
Bruscamente Lucia aveva virato “Sai, la tua pianta… il suo nome è Abelia, è originaria della Cina. Ed è proprio della famiglia delle caprifoliacae, come avevo detto io. Ho sempre un buon occhio botanico eh?!?” “ e l’argomento bambino si era infranto sugli scogli del silenzio e della paura.
Gabriele corse con lo sguardo all’Abelia e vide un foglietto giallo tra le foglie verdi e lucide.
C’ era scritto:
Ti sei accorto che tra le mattonelle c’è un germoglio?… No, non ci aveva fatto caso: in effetti tra due piastrelle sbeccate poco più in là era cresciuta una pianticella… E’ una piccola abelia, sai? Che forza farsi bastare qualche goccia di acqua portata dal caso per vivere e crescere! Ecco Gabriele, finalmente qualcosa è successo! Torno a casa. Grazie! Ti voglio bene.
P.S. Se sarà una femmina si
chiamerà Gabriella Abelìe, se sarà un maschio Abel Gabriele. Che dici? Il mio
numero di cellulare ce l’hai: fammi sapere il tuo parere. Baci. Lucia.
Gabriele spostò il vaso, avvicinando l’Abelia-mamma all’Abelia-neonata e poi
entrò in casa a prendere il telefono.
Menzione speciale: AMARANTO di Sabrina Calzia, Cernusco sul Naviglio (Mi)
Di quella pianta non aveva mai saputo il nome. L'aveva trovata lì, su quel terrazzo assolato incastrato tra i tetti tegolosi del centro storico, quando era venuto a vivere in quella casa al terzo piano senza ascensore.
E lì l’aveva lasciata per mesi,
senza un filo d’acqua o qualsiasi altra cura. In un vecchio vaso in coccio
sbiadito dal sole e un po’ sbrecciato, che forse un tempo era stato bello.
Non gli erano mai piaciute le piante, tanto meno quelle ornamentali. Così
inutili eppure così vive, autonome, irriverenti. Come tutte le persone che aveva
avuto accanto; così complicate, così lontane dal suo modo di essere. Persone cui
era stato legato, dal sangue o dal destino; ma alle quali, per esser tanto
diverse da lui, non era mai riuscito a voler bene veramente. Poiché tutti, si
sa, amiamo più facilmente ciò che ci somiglia.
Più di una volta e da più parti, si era sentito rimproverare per la scarsa propensione a comunicare coi propri simili.
Ma quali simili? Lui non era simile a nessuno. Perciò, non riusciva ad amare.
Trovava più semplice affezionarsi agli oggetti, che alle persone.
Ne amava alcuni in particolare; per la pazienza, la fedeltà e la comprensione che questi sapevano mostrargli. La pendola antica in salotto, la vecchia pipa del nonno, il guanciale di piume, i suoi calzini.
Amava questi oggetti perché tolleravano, senza criticarla, la sua cattiva abitudine di tardare agli appuntamenti. Vizio che, certamente, non nasceva dalla volontà di svilire il tempo altrui, ma piuttosto dal vano tentativo di ottimizzare il proprio.
Li amava perché non lo avrebbero mai deriso, per non aver mai avuto una donna; né avrebbero insinuato, in modo superficiale, fosse per via della sua perenne alitosi, figlia inconsapevole di un’infelice scelta dell’aroma del tabacco.
Infine li amava perché dimostravano, in qualche modo, di apprezzare il suo ordine. La meticolosità profusa ogni mattina nel rifare il letto, la precisione metodica nello stendere all’aria file interminabili di mutande e calzini.
Insegnava matematica al liceo, anche alla mia sezione, ed era indiscutibilmente un ottimo insegnante; uno che masticava numeri a pranzo, cena, e colazione.
Era anche uno dei docenti più temuti in tutta la scuola. Sia per la materia alla quale cercava di indottrinarci, ostica a molti studenti, sia per la moralità incorruttibile, che lo portava a difendere e premiare il solo merito, dei suoi alunni. Senza cedere, come parecchi colleghi, alle lusinghe di facili privilegi; quei riconoscimenti e favori riservati, dai papà influenti di figli non proprio cervelloni, ai docenti che ritenessero di poter spianare, in nome di una discutibile bontà di intenti, il percorso scolastico un po’ traballante dei loro giovani rampolli.
A me, che ho sempre amato formule ed equazioni, il professore non faceva paura. Anzi. Nutrivo per lui un’ammirazione sincera e profonda; quasi un’infatuazione, per la sua mente: così pura, semplice, ordinata.
Il prof non sorrideva quasi mai, o almeno non lo faceva apertamente.
Perché invece io lo percepivo, il suo sorriso. Immaginandolo. Ogni volta che entrava in classe, con la cartella delle verifiche corrette infilata sotto il braccio. Ed entrando ci guardava in faccia serio, uno ad uno; per poi pronunciare, fra due labbra che sembravano quelle di un ventriloquo, una delle sue battute preferite:
- Le sufficienze si contano sulle dita di una mano monca.
- Nel venire mi sono imbattuto in
un’orda di cani famelici, attratti dall’odore di pollo spennacchiato.
Battute che nessuno apprezzava. Tanto era schiacciato, l’umorismo, dal timore
dell’ennesimo votaccio irrecuperabile da recuperare.
Nessuno tranne me.
Che avrei voluto sorridergli, e solo per delicatezza non lo facevo. Perché, certamente, su una di quelle poche dita c’era la mia sufficienza, e un mio qualunque gesto sarebbe stato male interpretato. Ma nel mio intimo speravo, e in fondo credevo, che anche lui percepisse il mio sorriso, immaginandolo.
Poi, in silenzio, apriva la cartella, impugnava a due mani il plico dei compiti, passava tra i banchi. Per consegnarci il suo verdetto, insieme a quei fogli che, il più delle volte, erano a suo dire soltanto “inutili cumuli di fregnacce”.
Dispensava ad ognuno l’occhiata più adeguata. Di disappunto, o rammarico, proporzionati al grado di inutilità delle fregnacce di cui il malcapitato era riuscito a fregiarsi. Di moderata soddisfazione, nei rari casi di consenso.
Ogni volta era un trionfo, per me, la riprova di non averlo deluso. La gioia più grande che ricordi, dei tempi della scuola.
Non mi importava il voto. Ma il mio cuore idealista di ragazzina fremeva, ad ogni sua approvazione; anelando, come a un trofeo, a una briciola della sua stima.
Aspettavo con ansia ogni verifica, e con trepidazione ancor maggiore attendevo ogni riconsegna. Perché in quegli istanti avrei sentito, di nuovo, le nostre menti avvicinarsi, vibrare all’unisono, sfiorarsi.
Attimi preziosi.
In cui avrei avuto, nei miei occhi, l’azzurro fugace del suo sguardo compiaciuto.
In cui avrei stretto ancora, complice il foglio conteso tra le mie e le sue mani, quel filo impalpabile che, lo sapevo, ci legava in un’amicizia segreta, bella e profonda.
Lui non aveva amici, oltre a me. Di nemici, invece, ne aveva tanti.
Inevitabile, nella sua posizione.
E così, inevitabili, arrivarono le calunnie. Poi, con le calunnie, le prime denunce.
Spietate rappresaglie di un gruppo di ragazzotti viziati e prepotenti, che miravano soltanto a toglierlo di mezzo.
Ho sempre saputo che erano maldicenze. Perché conoscevo bene il professore, e sapevo che certe cose non le avrebbe mai fatte.
Quando la vedi vivere, una persona, puoi dire di conoscerla.
Ed io lo avevo visto vivere, in casa sua.
Lo avevo osservato tutti i giorni, per mesi; dal terrazzino su cui affacciava la nostra mansarda, che per mano di mamma era un’oasi fiorita ad ogni stagione.
Per averlo a lungo osservato, ne conoscevo gesti ed abitudini. E conoscendolo bene, il mio prof, ero certa della sua innocenza.
Ma il dubbio si era insinuato in molti, e in pochi continuavano a fidarsi.
Di fronte a tanti sospetti, e in preda allo sconforto, lui pensò di dover lasciare il liceo, e l’insegnamento. Ché ormai era vicino alla pensione, e non avrebbe più potuto, comunque, arrivarci in gloria.
Nonostante questo, i suoi ex allievi non vollero dargli tregua.
E dopo le calunnie e le denunce, arrivarono piogge di sassi sulla sua auto in sosta, e telefonate persecutorie, e minacce.
Lui tollerava tutto, in silenzio. Con una pazienza che solo io, amandolo, comprendevo. Perché capivo che, in fondo, la sua vita era tutta lì, fra quelle quattro pareti spoglie della sua abitazione in centro. Che lui non aveva bisogno di altro. Che non gli servivano, amicizia e comprensione; da parte di nessuno. Le mie, poi, già ce l’aveva.
Le ingiustizie e l’arroganza del mondo non potevano, toccarlo. Perché, del mondo, lui amava soltanto la sua terrazza, piena di sole; dove alle cinque in punto, ogni pomeriggio, avrebbe steso un paio di mutande e un paio di calzini, mettendoli in fila a quelli dei giorni precedenti. Dalla domenica al sabato, un paio al giorno.
Li avrebbe stesi e lasciati lì, in balia del sole, del vento e della pioggia. Sette paia, sempre; poi daccapo la domenica.
Liberi di sventolare, per sette giorni. Accanto al vecchio vaso di spighe scarlatte che non volevano appassire, ed anzi fiorivano sempre più rigogliose, nonostante la trascuratezza.
Al liceo arrivò un supplente; più giovane e disinvolto, anche nell’elargire i bei voti. E scuola e colleghi si scordarono subito di lui, che pure aveva dato loro i suoi anni migliori.
Elargendo amore, o indulgenza, per la sua materia e per i numeri; ed insegnando a molti, non solo a me, l’importanza di giustizia, onestà e stima.
Certo in cambio non ebbe nulla di buono, il mio prof.
Ma scorrettezze in risposta a rettitudine, tradimenti in replica a lealtà, spregio invece che rispetto.
Un funerale di povertà, alla fine,
come unico indennizzo alle sofferenze infertegli proprio da chi, sempre, da lui
aveva avuto in prestito virtù e buoni sentimenti.
E dopo, soltanto un mare di oblìo.
Ma il mio ricordo è vivo, ancora oggi. Come la nostra segreta, profonda amicizia.
Vive ancora anche la sua pianta, a lungo trascurata. Che per mio tramite ha traslocato, un giorno, dalla terrazza al camposanto.
Perché lui potesse, dopo tanto, sentirne il profumo. E magari apprezzarne il colore, caldo e intenso. Un bel rosso cremisi, sincero come il mio affetto immutato.
Amaranto.
Che bel nome, la sua pianta; ma lui non lo sapeva.
Amarantos... “che non appassisce”. Come l’amicizia, la stima e i sentimenti veri, che non cambiano nel tempo.
Ora è sulla sua tomba, il vecchio vaso.
Là dove l’Amaranto, generoso, potrà perdonare il mio prof.
E vorrà forse vegliare, con affetto e compassione, sul suo povero corpo inerme.
Concedendo alla sua anima, finalmente, protezione e benevolenza. Quelle che, certamente, anche in vita avrebbe meritato.
Il mio cuore lo sa.
Da sempre.
Menzione speciale: UN MOMENTO PRIMA DEL BUIO di Beatrice Massaini, Agrate Brianza (Mi)
Di quella pianta non aveva mai saputo il nome. L'aveva trovata lì, su quel terrazzo assolato incastrato tra i tetti tegolosi del centro storico, quando era venuto a vivere in quella casa al terzo piano senza ascensore.
Masino accarezzò distrattamente i suoi rami , carichi di piccole foglie argentate, mentre le voci dei bimbi, diretti alla vicina scuola elementare salivano fino a lui, riempiendogli le orecchie e il cuore e diventando via, via solo un mormorio di sottofondo da cui sentì emergere una voce, una voce che arrivava da un tempo lontano…
- Non voglio, ho sonno ! -
- Su Patrizia, svegliati, è ora di alzarsi, devi prepararti per la scuola -
- Cinque minuti, papà, ancora cinque minuti… - rispondeva lei girandosi dall’altra parte
- Fra cinque minuti ne vorrai altri cinque – le diceva mentre si avvicinava al letto, afferrava le coperte e con uno strattone le strappava via.
- Sei cattivo papà, io ti odio, voglio la mamma ! - piagnucolava la piccola.
Erano quelli i momenti più difficili, quando sua figlia pronunciava quelle parole che gli scendevano nel cuore come pietre e solo lui sapeva quanto era difficile rispondere, simulando un’allegria fasulla come una moneta di cioccolato.
- Per le bambine che non fanno i capricci, oggi e ripeto, solo per oggi, ci sarà una piccola sorpresa vicino al piatto della colazione -
Subito la bambina smetteva di piangere e rivolgeva i suoi occhioni azzurri verso di lui.
- Davvero papà, mi hai comprato un regalo ? Davvero ? -
- Davvero, davvero –
- Ti voglio bene papà, sei il papà più bravo del mondo ! –
Masino si rendeva conto di commettere un errore nel viziare così sua figlia ma, d’altra parte, dopo che sua moglie era… insomma, dopo che era successo quello che era successo e lui era rimasto solo con Patrizia sentiva che, in qualche modo, doveva ricompensarla per l’amore che le era stato sottratto.
Comunque una volta che la figlia era diventata grande, lui aveva potuto congratularsi con sé stesso, Patrizia, nonostante tutto, era cresciuta bene, era diventata una giovane donna attraente, educata, intelligente e anche molto indipendente. Già a diciotto anni si manteneva da sola agli studi e, dopo che si era laureata ( con lode! ) ricordò Masino con una punta d’orgoglio, aveva trovato un ottimo lavoro.
Peccato che la vita fosse una gran bastarda, peccato che non fosse vero che il fulmine non cade mai due volte nello stesso punto, in realtà il fulmine fa quello che vuole, ti colpisce, ti distrugge, poi aspetta che tu ti sei rimesso in sesto e dopo ti colpisce un’altra volta.
Quando gliel’avevano detto Masino aveva avuto un attacco di cuore, era caduto a terra come morto davanti ai due agenti della polizia stradale che, con il cappello in mano e gli occhi bassi, stavano sulla soglia e, mentre quelli si affannavano intorno a lui nel tentativo di rianimarlo, con grande fatica era riuscito a pronunciare queste poche parole
- Lasciatemi morire, vi prego, voglio solo morire… -
Ma non era morto naturalmente, la
morte l’aveva sfiorato, aveva danzato intorno a lui portandogli via quello che
gli era più caro, ma non se l’era preso.
Nel suo letto d’ospedale, mentre i medici, quasi volessero beffarsi di lui, lo
rassicuravano sul suo stato di salute e gli pronosticavano ancora numerosi anni
da vivere, lui aveva cominciato ad accumulare una grande riserva di rabbia
dentro di sé, rabbia verso sua figlia che andava di fretta e aveva attraversato
senza guardare, rabbia verso il giudice che non
aveva inflitto il giusto castigo all’investitrice, ma si era limitato a una
sospensione della patente, rabbia verso il suo avvocato che non era stato capace
di rappresentarlo… Ma soprattutto era verso la donna che il suo rancore era
rivolto, a quella incauta, stupida, incapace donna che non era stata in grado di
frenare in tempo, che aveva travolto il corpo di sua figlia e l’aveva fatta
volare a qualche metro di distanza, come fosse stata una bambola di stracci.
Quando fu dimesso e tornò a casa
Masino si rese conto che il vuoto spaventoso di quelle stanze popolate da
fantasmi lo avrebbe presto condotto alla pazzia, così mise in vendita
l’appartamento e ne affittò un altro più piccolo a pochi passi dal centro
storico, e qui cercò di rimettere insieme i pezzi della sua vita, pur non
sapendo come fare, né perché farlo.
Poi, un giorno, ricevette una telefonata dal suo avvocato, la donna che aveva
investito sua figlia lo voleva incontrare.
Masino sulle prime fu tentato di rifiutare, non era sicuro di quale sarebbe stata la sua reazione una volta che se la fosse trovata davanti, ma poi ci ripensò e accettò l’incontro a patto che avvenisse in casa sua e senza la presenza di terzi.
Quando lei arrivò Masino, che non l’ aveva mai vista poiché all’epoca del processo era ancora ricoverato, pensò due cose, la prima che la donna, che lui sapeva avere all’incirca una quarantina d’anni, mostrava un viso precocemente invecchiato e la seconda che mai, in vita sua, aveva incontrato lo sguardo di un essere umano più disperato di quello di lei, tranne quando vedeva il proprio, riflesso nello specchio.
- Io non so perché sono venuta qui – disse la sua visitatrice con voce stentata - so di non poter chiedere il suo perdono, ma non posso più vivere con questo rimorso, le giuro che avrei preferito essere stata io a morire, almeno adesso non dovrei convivere con questo peso insopportabile –
Masino la guardava in silenzio, non sapendo che dire, di una cosa era certo però, lui non aveva la forza per perdonarla.
Pur trovando sincero il suo pentimento, ritenne che il dolore che il senso di colpa le infliggeva fosse la giusta punizione per quello che aveva fatto, e pensò anche che finché lei avesse sofferto per il rimorso e lui si fosse tormentato per la perdita subita, Patrizia almeno nelle loro menti, avrebbe continuato a vivere e il suo ricordo non sarebbe mai svanito.
Ma quella donna aveva il diritto di sapere perché lui non poteva assolverla. Così la guardò negli occhi e cominciò a parlare
– Tanto tempo fa io avevo una moglie che amavo con tutto il cuore, quando è nata nostra figlia ha avuto un brutto esaurimento nervoso, depressione post partum hanno detto i medici, col tempo e le cure si rimetterà. Invece né io né loro siamo stati in grado di salvarla, si è uccisa il giorno che Patrizia ha compiuto tre anni, e così io sono rimasto solo con una bambina da tirare su.
Ma non mi è pesato, mia figlia mi ha dato tutte le soddisfazioni che un padre può desiderare, poi… - la donna lo fissò a sua volta, mentre lacrime silenziose le rigavano le guance sfiorite.
- Lei… Lei era tutta la mia vita, la luce dei miei occhi… - disse rivolto più a sé stesso che alla persona che gli stava di fronte.
La donna capì che il colloquio era terminato, col cuore stretto da una pena insostenibile, gli girò le spalle e se ne andò senza più proferire parola.
Masino andò sulla terrazza, da lì vide la donna uscire dal portone e incamminarsi a testa bassa verso la fermata dell’autobus, gli sembrò così piccola vista da lassù, troppo fragile per portare un peso così grande. In fondo si era trattato di un incidente ed entrambe le persone in causa avevano una parte di torto e una di ragione.
Solo che una era morta…
Scrollò le spalle, com’era quel detto ? Perdonare è divino, ma lui non era Dio, era solo un uomo che era stato ferito troppe volte.
Di nuovo si sporse oltre il parapetto per guardare giù, la donna si era ormai confusa con le ombre della sera.
Senza volere si mise ad accarezzare la piccola pianta come faceva di solito, le foglioline argentate gli sembrarono insolitamente calde sotto le sue dita come se col loro tepore volessero riscaldarlo e sciogliere un po’ del ghiaccio che aveva dentro.
E forse così avvenne perché in
quel momento sospeso fra il giorno e la notte, un attimo prima che il buio lo
circondasse, lui ascoltò il suo cuore e capì che stava sbagliando.
Non era così che avrebbe tenuto vivo il ricordo di sua figlia, non coltivando la
disperazione e il rancore…
Qualcosa si spezzò dentro di lui, quel grumo solido di rabbia e di astio che a volte gli impediva perfino di respirare si dissolse e sgombrò la strada alle lacrime, tante lacrime che bruciavano gli occhi, ma che in qualche modo alleggerivano l’anima e che lui versò lì, sulla terrazza buia, incurante del fatto che gli abitanti dei piani superiori potessero sentirlo e pensare che quello strambo uomo solitario, che non usciva mai e che non salutava mai nessuno, potesse essere impazzito.
Quando finì di piangere si sentì stranamente sollevato, forse quella notte, per la prima volta da quando Patrizia se ne era andata, avrebbe dormito e forse il mattino dopo avrebbe richiamato quella donna e avrebbe trovato la forza di rivolgerle parole di indulgenza, anche se lui non era Dio.
Quella notte e il mattino dopo, non osava andare oltre, ma per intanto era abbastanza.
CLASSIFICA RACCONTI: PRIMI 101 CLASSIFICATI
(i pari merito sono ordinati in base alla data di arrivo alla segreteria del Concorso)
| Pos. | Titolo | Punteggio |
| 1 | L'appartamento | 59,0 |
| 2 | Il nome inciso sulle foglie | 58,5 |
| 3 | L'abelia | 57,3 |
| 4 | Un momento prima del buio | 55,5 |
| 5 | Amaranto | 55,3 |
| 6 | Yupanquita | 54,5 |
| 7 | Il fiore della passione | 54,3 |
| 8 | Inventario | 54,0 |
| 9 | L'ospite sconosciuto | 53,5 |
| 10 | Migrante | 52,8 |
| Primavera a Genova | 52,8 | |
| 12 | Red smoke around the sun | 52,5 |
| 13 | Meglio dell'acqua | 52,3 |
| 14 | Il corniolo | 51,5 |
| 15 | Trasloco | 51,3 |
| 16 | Mario | 50,3 |
| 17 | Confidenze in verde | 49,8 |
| 18 | Mandarino OR | 49,4 |
| 19 | L'interpretatore di stese | 49,3 |
| 20 | Boccioli galeotti | 47,0 |
| 21 | Il domino viola | 42,8 |
| 22 | L'ultimo volo | |
| Un giardino fiorito | ||
| Il nero e il giallo | ||
| Il ricordo di Erica | ||
| L'albero condominiale | ||
| Vita mea tua est | ||
| 28 | La pianticella sconosciuta | |
| Il profumo del vento | ||
| Riflessi | ||
| La pianta | ||
| La strana pianta di Alfio | ||
| Il suono di un sassofono | ||
| Storia di Roberto | ||
| Non s'aspetta più nessuno | ||
| Amarantus | ||
| Ora ti adoro ora ti ignoro | ||
| Dimenticati | ||
| Esistenze di plastica | ||
| Il terrazzo | ||
| Piantatela! | ||
| Botanica in tarda età | ||
| Lo stabile dei sogni ricorrenti | ||
| La buonanotte delle stelle | ||
| Vento da nord | ||
| L'avevano chiamata Eva | ||
| Buonanotte, pianta | ||
| Gelosia | ||
| 49 | Egisto | |
| 50 | Il terrazzo | |
| Io e Jamal | ||
| Isabella | ||
| Il mio nome è pace | ||
| Prisma | ||
| Una pianta senza nome | ||
| Un errore di valutazione | ||
| Un mattino, quasi per caso | ||
| L'ignoranza di Lucio | ||
| La pianta dell'amore | ||
| Gokiburi | ||
| La seconda volta | ||
| Nome: Maria, professione:pianta | ||
| Un dono per Mia | ||
| Il cuore in un cassetto | ||
| Un ragazzo all'antica | ||
| I quadri | ||
| La seicento bianca | ||
| La prima che incontri per strada | ||
| 69 | Quella finestra sul mondo | |
| 70 | Nello specchio dell'anima | |
| Questione radicale | ||
| La pianta sottosopra | ||
| Il fiore della famiglia | ||
| Vita | ||
| Oggi, una domenica di tanti anni fa | ||
| Cascata molesta | ||
| Il mostro | ||
| Passaggio di piano | ||
| La forza di "Amore" | ||
| Questione di tempo | ||
| Tommy e lo spicchio del mare | ||
|
82
|
Una pianta | |
| Periferie | ||
| L'erba del vicino… | ||
| Nel cuore della notte | ||
| Trasferimenti | ||
| Le immagini del passato | ||
| 88 |
Alchemilla vulgaris
|
|
| Nelle notti di plenilunio | ||
| Semplicemente "bentornati" | ||
| Con le spalle alla sera | ||
| Rinascita | ||
| Miriam | ||
| 94 | Sfoglia di cipolla | |
| 95 | Di quella piantina | |
| Rinascenza | ||
| Dionisia | ||
| Come una vita | ||
| Orchidea fantasma | ||
| L'incolpevole | ||
| Pomeriggio blu cobalto | ||